
Le immagini, spesso, comunicano più che le parole...
mercoledì 8 luglio 2009
domenica 28 giugno 2009
Genova Pride 2009
Una delle manifestazioni più belle a cui abbia mai partecipato.
Ecco qualche istantenea dal Genova Pride 2009...
sabato 27 giugno 2009
Ciao Michael, Smooth Criminal
giovedì 30 aprile 2009
Deluso da me stesso
Questo fatto mi ha fatto riflettere: ho avuto paura e come una pecora sono rimasto silente. Sono fermamente antirazzista e sostenitore di una società multiculturale, ma credo di aver ancora molto da imparare: non basta essere progressisti a parole o pensieri. È necessario esserlo nei fatti, anche quando questi comportano un rischio immediato alla propria persona. Non nei discorsi da talk show o nelle discussioni tra amici al bar, ma soprattutto nei piccoli gesti quotidiani. Anche quando questi costano fatica. Non voglio essere ricordato come uno di quegli italiani intolleranti o leghisti, vorrei essere ricordato come una voce della minoranza dissidente. Eppure in questo frangente non l'ho dimostrato.
lunedì 16 febbraio 2009
Colpevolmente incolpevole...
Jonathan Safran Foer - Molto forte, incredibilmente vicino
Vorrei essere quello che non sono, vorrei che le scelte fossero semplici e che la colpa non esistesse. Reponsabile di ogni piccolo mutamento generato dal mio agire, ogni azione ha una conseguenza, ogni scelta crea sempre un nuovo scenario di vita. Quando esistiamo non siamo consapevoli di tutte le possibilità, di tutte le combinazioni: si vive e si decide, così, come viene. Non siamo resposabili, eppure siamo tutti colpevoli. Si, colpevoli delle nostre azioni: questo mi paralizza. La vita produce effetti, vorrei che fossero il più lievi possibile sul prossimo. Eppure, nonostante questi accorgimenti creiamo dolore. Come fare per non soffrire e non far soffrire? Anche non-scegliere è una presa di posizione. Il controllo non c'è, ma io ne vorrei di più. Sono colpevolmente incolpevole. Stop.
sabato 14 febbraio 2009
Il test sugli anticorpi
Che B, per estrazione culturale e lavorativa, sia insofferente alle regole (siano esse dell’UE o prettamente italiane), alle procedure e ai protocolli della Democrazia, è stato da sempre evidente e non lo ha mai nascosto. Ma ciò che ha detto e prefigurato, prendendo come pretesto il caso-Englaro (di cui non si è mai interessato dal 2001 a oggi e verso il quale ha dimostrato assoluto disinteresse anche quando papà Beppino gli scrisse esplicitamente nel 2004), configura un salto di qualità nella sua concezione dello Stato Repubblicano e dei rapporti tra le istituzioni.
La sua viscerale insofferenza per le regole lo ha portato a minacciare una sua chiamata al popolo per modificare il Diritto Fondamentale e, ovviamente, piegarlo alla sua volontà. Ha anche espresso il suo pensiero: il Potere scende dall’alto e si legittima nel plebiscito, in un’orgia populistico-demagogica all’interno di una piazza virtuale, quella del consenso mass-mediatico, “arena” eterea che ha consentito tutte le vittorie elettorali (e anche le sue false-sconfitte) in questi 15 anni.
Si è scritto parecchio sulle frasi di B, e sulle sue infami parole contro Beppino Englaro (accusato addirittura di volersi togliere di mezzo una scomoda verità: la bassezza di quest’uomo si potrebbe racchiudere, se non bastassero le sue centinaia di frasi indegne pronunciate in 3 lustri di politica, SOLO in questa) e la Costituzione (definita filo-sovietica, falso storico visto che venne scritta assieme da social-comunisti, democristiani, azionisti, liberali, repubblicani).
Io vorrei soffermarmi su un altro tema. E cioè: davanti a una minaccia del genere, gli italiani che faranno?
In realtà già nella legislatura 2001-2006 gli strappi istituzionali di B. sono stati gravissimi e numerosi: mai però si era assistito a un conflitto tra i 3 Poteri dello Stato così grave e, solo la fermezza di Ciampi al Quirinale, aveva permesso che non si arrivasse a una crisi di proporzioni e di effetti devastanti.
Ma questa legislatura vede delle novità sostanziali:
1 – controllo totale del Parlamento, svuotato del suo ufficio legislativo e ridotto a votificio di dipendenti del Premier: se B nel 2001-2006 doveva fare comunque i conti con una coalizione composta da 4 partiti, ora ha il completo controllo del PdL e dei due rami del Parlamento con numeri schiaccianti. La Lega, se gli verrà dato (come credo) il Federalismo fiscale, accetterà qualsiasi nefandezza e quindi sarà un alleato fedele.
2 – una crisi economica senza precedenti di fronte alla quale in molti auspicano delle misure “drastiche e decisioniste”.
3 – il controllo delle tv, che ormai da tempo regolano e indirizzano il consenso. E’ il mezzo fondamentale con cui B è riuscito da sempre a operare il ribaltamento della realtà (un esempio straordinario lo abbiamo avuto ieri, 12/02, quando si è fatto intervistare su Canale 5 dal suo schiavo Belpietro dicendo che non ha mai attaccato la Costituzione e Napolitano…)
4 – un’inesistente opposizione parlamentare e una derisione del dissenso che porta a cancellare o a reprimere qualsiasi forma di contrasto contro il Pensiero Unico (il caso-Scuola o caso Di Pietro, addirittura denunciato per vilipendio al Capo dello Stato).
Visto che B ci dice sempre ciò che vuole fare, anche se il giorno dopo lo nega, io mi chiedo: quando la Costituzione sarà minacciata ancora, quando potranno passare riforme Costituzionali e istituzionali a colpi di maggioranza, quando, con la giustificazione di una crisi da gestire in modo deciso, ci avvicineremo a una forma di gestione del potere autoritario-populistico o addirittura a una forma di larvata-dittatura della maggioranza, cosa faremo? Saranno pronte le persone a scendere in piazza per salvare la Democrazia? Ci sarà chi si esporrà?
Io onestamente non vedo tutta questa mobilitazione e una piccola dimostrazione l’abbiamo avuta durante la manifestazione a Roma in difesa della Carta costituzionale, dove erano veramente in pochi. Qualche segnale arriva da piccole organizzazioni, come Libertà e Giustizia e dal povero Di Pietro, ma è veramente poca cosa. E allora chiedo: che anticorpi democratici abbiamo? La storia del Ventennio fascista ci è servita? La lezione è stata dimenticata nelle nuove generazioni che non l’hanno vissuta? La vigilanza democratica esiste ancora nel corpo elettorale?
La verità è che 15 anni di veleni e rimbecillimento televisivo ci ha resi apatici e con gli occhi foderati di prosciutto, nonostante il potenziale eversivo e la pericolosità di questa destra anti-democratica e insofferente alle regole sia manifesto.
Spero di sbagliarmi e di non vivere mai una situazione come quella prefigurata…"
sabato 7 febbraio 2009
Scelta e libertà
Io senza dio,
voi senza io.
Vivo, scelgo,
libero di sbagliare,
non voi di giudicare.
Vivere non è semplice,
voi complicate.
Libero da colpa e rimorso,
libero da ogni soccorso.
Scelgo di provare, giocare,
amare, soffrire e morire.
Dispongo di me.
Provo piacere e dolore.
Senza colpa.
Dico, credo, sbaglio, leggo.
Mani, odori, carne e sesso.
Restituitemi l’anima.
Io senza dio,
voi senza io.
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sabato 17 gennaio 2009
Dio è fuori mercato
All'articolo 8, così recita la Costituzione Italiana: "Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge".
Evidentemente, però, non lo sono di fronte alla pubblicità.
In tempi di libero mercato, di libero resta ben poco e il mercato, soprattutto nella variante italiana, è soggetto a decisioni che suonano vagamente protezionistiche. A seguito delle indignate proteste di associazioni cattoliche e politici ferventi, capeggiati da Goffredo Plinio di Buglione, l'impossibilità di comprare uno spazio pubblicitario per gli atei della Uaar, suona come uno dei tanti fallimenti del liberismo. La dottrina economica del libero scambio, come canterebbero i Baustelle, ha i giorni contati.
Scherza con i fanti e lascia stare i santi: la fede non si tocca e, tanto meno, è soggetta alle leggi di mercato!
Questo, in sintesi, l'insegnamento da trarre dalla vicenda. Il dogma, per sua definizione, è indiscutibile. E chi lo mette in discussione è immorale: a quasi mille anni dalla prima crociata, tanti e significativi passi in avanti sono stati compiuti. Zero.
Nella società del consumo tutto può, ed è stato, commercializzato. Ma di fronte a Dio, anche i potenti mezzi pubblicitari hanno dovuto chinare la testa. Dio c'è. E nessuna discussione. Al cospetto della fede, anche la pubblicità ha un'anima, tanto che una campagna può essere bloccata in nome di Dio: altro primato del tutto italico da esporre in bacheca!
Caro Dio, dato che non posso neppure scrivere che non esisti, mi rivolgo a te fiducioso di essere ascoltato: lo vedi il casino di Gaza, ebbene se ci sei fai qualcosa. Non mi raccontare, però, che il tuo disegno è imperscrutabile, perchè è da duemila anni che prendi tempo con la solita storia. Noi uomini viviamo nel mondo tangibile e qualcuno mi ha detto che con lo spirito, ormai, non si lavano neanche le scale.
Resto in attesa di una tua risposta.
Sempre tuo,
Figlio Dubbioso.
venerdì 16 gennaio 2009
Gaza: quale tregua possibile?
Chiunque voglia intervenire sul dibattito israelo-palestinese, può farlo scrivendo a 2002fragiu@gmail.com. I commenti saranno tutti pubblicati sul blog.
"Ho letto l’articolo di Sofri: molto bello e in larga parte condivisibile. Alla fine si domanda: «Che il mio nemico si nasconda dietro scudi umani, mi autorizza a colpire? Potrò guardare quelle fotografie diffuse e ostentate dal mio nemico con una commozione compensata dalla persuasione che non è colpa mia?».
La risposta gliela avrebbe potuta dare Golda Meir, la Primo Ministro che nel 1972 dovette fronteggiare la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco: «Forse un giorno potremo perdonarvi di aver ucciso i nostri figli, ma non vi potremo mai perdonare di averci costretto a uccidere i vostri».
Molto bella anche la lettera pubblicata sul blog, anche se un pò astratta e, rispetto ai fatti da cui, nasce il dibattito.
Mi spiego e premetto: la pietas davanti ad ogni cadavere, e in particolare davanti ai corpi straziati di bimbi, è indiscutibile. In molti stati occidentali, però, l’anti-semitismo ammantato di anti-israelismo, continua ad essere molto presente e si è subito pronti a manifestare contro Israele (sarebbe bello vedere la stessa prontezza e lo stesso "fuoco morale" nella nostra società per le vicende del Darfur, o della Somalia o di Timor-Est). Forse perché in Italia non ci sentiamo odiati e minacciati di distruzione dai nostri paesi confinanti: la Svizzera, o l’Austria non sono soliti lanciare missili su Udine o Aosta, non riusciamo a capire bene certe sproporzioni!
Purtroppo i media, i politici e i commentatori in tv continuano a blaterare di pace, tregua, "sproporzione", non dicendo che siamo alle solite: Israele nasce il 14 maggio 1948, il giorno dopo, 15 maggio 1948, deve difendersi dagli attacchi congiunti di tutti i paesi confinanti che lo vogliono distruggere. Ed è sempre stato così, passando per la Guerra dei sei giorni, alla Guerra del Kippur, alla Guerra del Libano, per arrivare più recentemente alle azioni di Hamas e Hezbollah (di cui alcuni esponenti della sinistra italiana vantano l’amicizia). Come si fa a fare una tregua, a concordare una pace con chi ti odia, con chi ha messo per iscritto nel proprio statuto di nascita il tuo annientamento, con chi instilla fin da piccolo nei propri figli l’odio verso di te (attraverso perfino i cartoni animati), con chi, come scrive Sofri, «bersaglia da anni case, scuole, strade di una popolazione civile israeliana cui è impedita una normale vita quotidiana. Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra. Hamas addestra ed esalta gli assassini suicidi. Hamas si serve vilmente degli scudi umani, predilige bambini donne e vecchi, tramuta moschee e pareti domestiche in ripari di armi e mine».
Non si è ancora capito che queste persone non vogliono la pace? Perché la pace rischierebbe di portare la democrazia, di togliere potere e controllo, di togliere fonti di guadagno. Tutto sulla pelle del popolo palestinese che, prima per causa di Yasser lingua biforcuta Arafat, e adesso con Hamas, è la VERA VITTIMA dei loro stessi (pseudo)leader, che, uno Stato Palestinese, non ha mai voluto.
E allora? Che facciamo? Facciamo la tregua per cosa? Per consentire ad Hamas di rifornirsi di armi dai tunnel al confine con l’Egitto, a riorganizzarsi per, di nuovo, rompere la tregua e ricominciare a lanciare missili?
No, non ha senso: che Tsahal vada avanti e distrugga ogni struttura e uccida ogni militante di questa formazione terroristica, visto che da quando si è ritirata dalla Striscia, nel settembre 2005, essa è diventata un campo di addestramento per terroristi e una base di lancio missili. Piangiamo allora tutte le vittime, disperiamoci per i bimbi strappati alla vita, ma cerchiamo anche le ragioni profonde di questa realtà."
Roberto Ursino
giovedì 8 gennaio 2009
Caro Adriano...
Lo dice il cinema da sempre in molte delle sue migliori rappresentazioni, lo dicono i libri di Storia, lo dicono le immagini che più di ogni parola sono in grado di mostrarci la realtà per quello che è.
Mi rivolgo a Lei, Adriano Sofri, al suo bellissimo articolo dal titolo Il sacrificio dei bambini. Mi rivolgo a Lei così come Sam Bicke - interpretato magistralmente da Sean Penn in The Assassiation of Richard Nixon - si rivolge al maestro Leonard Bernstein, con quell’impeto e ammirazione che sfociano, anche in questo caso, nella rassegnazione. Nella rassegnazione di un conflitto che vede nella morte dei bambini la sua più alta ferocia.
L'orrore ha un volto. In questo periodo più volti che si moltiplicano sugli schermi di tutte le tv come una goccia di petrolio in mare. E’ in essa, nella morte di un bambino, di qualunque volto innocente, che si dovrebbero trovare le motivazioni per non perpetrare ulteriormente eccidi simili. Lei cita perfettamente la cosiddetta “strage degli innocenti” di Erode e i dubbi sulla sua veridicità. Francois Marie Arouet, più comunemente Voltaire, scrisse che «La storia è il racconto di fatti ritenuti veri, al contrario della fabula che è il racconto di fatti ritenuti falsi». Ma anche una strage di 20 fanciulli o di 10, o di uno soltanto è un fatto talmente vero e reale che dovrebbe insinuarsi nella coscienza di ognuno di noi come il peggior incubo a coglierci di notte dopo una giornata piacevole. Invece il conflitto in quella tonnara che prende il nome di Gaza ha, nell’assuefazione alla morte dei suoi spettatori, la peggiore delle armi di distruzione di massa. O per lo meno anestetizza le coscienze di mondi tanto lontani quanto “esotici” a chi si ripara al di qua dello schermo.
La morte ci rende tutti uguali, affermazione banale di questi tempi. Ecco la relatività di cui parlava Einstein.
La morte non dovrebbe essere cosa intima? Non dovrebbe renderci sì uguali quanto diversi gli uni dagli altri? Eppure nel vedere i corpi esanimi di quei bambini, i loro abiti sdruciti, sozzi di polvere e sangue fa pensare che per loro, per il loro popolo e per tutti quelli come loro, rei di essere dei “civili”, la pace forse non si troverà neanche al di là delle acque oscure. E per quanto uno possa sforzarsi di cercare le risposte sa che non cambierà nulla e che le bombe continueranno a mietere vite la cui unica preoccupazione dovrebbe essere non quella di essere necessariamente felici, ma uguali ai vivi. I sopravvisuti cresceranno nell'odio. In quell'odio che da sempre chiama odio come un virus della follia. E non ci sarà pace perchè non c'è coscienza.
Commodiano scrisse: «E’ tempo di credere alla vita, in tempo di morte». Di sicuro non qui, non ora. L’unica cosa che possiamo fare, come ha scritto, è continuare a pubblicare le immagini, la realtà."
Alessio Rassi
mercoledì 5 novembre 2008
Hello Obama!
Barack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Il primo afroamericano alla Casa Bianca. Un evento di portata storica.
Ecco un estratto del discorso del senatore dell'Illinois: «Ci saranno ricadute e false partenze. Ci sono molti che non saranno d'accordo con tutte le decisioni e le politiche che seguirò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma sarò sempre onesto con voi sulle sfide che affrontiamo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo d'accordo. E soprattutto vi chiederò di partecipare nell'opera di rifare questo paese, nell'unico modo in cui l'abbiamo fatto in America per 221 anni, pezzo a pezzo, mattone dopo mattone, mano callosa su mano callosa».
Ora, io non credo che Obama possa cambiare di netto gli USA, la politica estera dubito potrà subire bruschi cambiamenti, ma penso che quest'uomo abbia dato una speranza agli americani. E soprattutto a tanti giovani.
Beh, io un poco sono invidioso: alla Spagna Zapatero, agli Usa Barack e all'Italia...Berlusconi e Licio Gelli! Un gap da brividi.
Il nostro paese guarda al futuro! Talmente avanti, che stiamo tornando indietro di almeno 70 anni.
C'mon Italia, il baratro non è così distante!
mercoledì 15 ottobre 2008
Paese che vai...
Che dire, che fare? C’è un po’ di democrazia da esportare. Bombe intelligenti, governi reticenti, volenterosi, acquiescenti. Uomini dementi, spettacoli deprimenti, che diamine: evviva i Parlamenti!
Una, due, tre famiglie? A giurare davanti a Dio, o a giocare con le biglie!
Tic tac, tic tac: lavoro esaurito, un’altra somministrazione se vuoi essere guarito. Schiacciato dal lavoro? Per favore non parliamone, un pò di decoro. Onorevole indagato? No: al di sopra di ogni reato!
Uccidi il padre e disonora la madre: 5 minuti bastano in tv se ti va di sfondare. Subito a chiedere perdono, dal confessore riceverai assoluzione e osceno dono!
Ma non ti sognare di manifestare, il Parlamento è un’alcova da provare.
Alle rime mie non credere, il paese che racconto è tutto da vedere.
domenica 12 ottobre 2008
Migranti: identità ed integrazione
Identità, culture e senso di appartenenza. Concetti che portano a riflettere sui vari modelli di integrazione: qual'è il vero significato del termine?
«I modelli - risponde la dottoressa Lagomarsino - sono sostanzialmente tre. Il primo è quello assimilativo, dove uno dei due soggetti coinvolti nel processo dismette la propria identità e assume cultura, costumi e stile di vita dell'altro. Il secondo è quello pluralista, dove entrambi i gruppi godono di stessi diritti ma restano di fatto separati, ognuno mantiene la propria identità senza di fatto operare alcuna interazione. Il terzo - conclude - è quello interculturale. Un modello che prevede il cambiamento di entrambe le parti attraverso uno scambio reciproco».
L'ultima interpretazione sarebbe il fine a cui aspirare, ma il cammino mi sembra lungo e tortuoso. Per strada spesso sento dire: «con quella gente lì non può esserci dialogo». A colpirmi non è tanto l'esclusione del confronto, ma piuttosto il riconoscere qualcuno diverso, estraneo dal proprio sentire. Una contrapposizione che rasenta quasi lo scontro di identità e mi chiedo se la società italiana sia pronta al modello multiculturale?
«Sicuramente - risponde - i processi di cui stiamo parlando non si realizzano in tempi brevi. L'Italia conosce l'emigrazione da poco e la creazione di una società multietnica non avviene nel giro di pochi anni e indubbiamente la paura è un fattore con cui confrontarsi».
La paura. Questo sentimento, soprattutto se indirizzato nei confronti dei cittadini stranieri, può essere considerato un sintomo?
«Non si può negare che sia un indizio, alimentata da moltissimi fattori: precariato, difficoltà economiche, incertezza del futuro e anche da un certo sensazionalismo mediatico. Non è tanto paura dell'altro in sé, quanto delle possibilità che l'altro può sottrarre al singolo».
Si spieghi meglio.
«Abbiamo constatato - chiarisce - come molti genovesi abbiano badanti straniere e, intervistati a proposito, tendano a dare una valutazione positiva del rapporto con il cittadino straniero. Diversa, invece, l'opinione che hanno del gruppo. C'è uno stacco tra il processo individuale e quello collettivo. Insomma, si pretende che i cittadini stranieri ottemperino solo a doveri. Il lavoro da fare - conclude - sta nel passaggio dal particolare al generale».
Nella nostra città sono molte le realtà che operano per una maggiore coesione sociale. Mi riferisco ad associazioni, sindacati e patronati che si impegnano ogni giorno per ridurre i disagi dei cittadini stranieri, soprattutto con la burocrazia dei permessi di soggiorno. A me pare ci sia un certo scarto tra l'atteggiamento locale e quello nazionale.
«Non posso parlare - sottolinea - per tutte le realtà italiane. Posso però dire che a livello nazionale i fondi stanziati per l'integrazione stridono con gli intenti dichiarati. Investire in politiche inclusive è fondamentale per prevenire il disagio».
martedì 7 ottobre 2008
Giù le mani dalla movida
La dicotomia amletica che sta animando il pubblico dibattito cittadino, mi ha portato a riflettere, cercando di capire le ragioni dell’una e dell’altra parte. A dirla tutta non è facile sciogliere il nodo gordiano che trova contrapposte le due opposte fazioni: da un lato la vitalità dei carruggi è il valore aggiunto della notte genovese, dall’altra i residenti del centro storico si trovano ad affrontare un manifesto disagio ambientale. Non semplice, quindi, dirimere la questione. Senza contare che il dialogo non è certamente incentivato dai divieti a grappoli che si abbattono sulla Superba. Locali chiusi, niente passeggiate in centro con una lattina in mano e, udite udite, un giro di chiave alla prostituzione. E che le puttane non si lamentino: con tutti i soldi che evadono! Non sono mie parole, ma di un autorevole esponente della giunta comunale.
Comunque, la questione è seria. Perché pone il tradizionale problema sui punti di aggregazione, giovanile e non, nella nostra città. Sono nato e vivo tuttora in via Venezia, quartiere San Teodoro, e negli ultimi 15 anni ho assistito ad una lenta ma progressiva diminuzione degli spazi in questione. La biblioteca Rapetti ha chiuso da tempo, il campetto di via Digione è diventato un parcheggio, anche quello oratoriale ospita macchine, mentre la vecchia fabbrica del ghiaccio in piazza Raffaele Sopranis, storico edificio di interesse industriale, è diventato un ecomostro con Super Basko e parcheggi sotterranei. Anche i più anziani hanno pagato dazio: il sagrato dell’Anpi, dove gli avventori bestemmiavano per una carta calata male, non esiste più. Al suo posto sempre automobili.
Ai quartieri popolari urgono punti di incontro, dove vedere gente e conoscere il prossimo, luoghi di discussione, dove avvicinarsi alle culture altre senza paure banali e immotivate. Questa la soluzione per l’intolleranza: la conoscenza reciproca. I cittadini stranieri non sono soltanto badanti o lavoratori, sono persone con una storia alle spalle, e magari se avessimo la possibilità di conoscerci, troveremmo tratti che ci uniscono uno all'altro. Ma purtroppo non esistono tali spazi e pure la chiesa ha abiurato il suo credo per abbracciare quello dell’accumulazione di capitale. I quartieri, oggi, sono semplici dormitori. Non si vivono più.
Ben vengano le Notti bianche e l’Urban Lab nelle sue molteplici sembianze, soprattutto se rappresentano una vetrina nazionale per Genova e un miglioramento della qualità della vita, ma non dimentichiamo che i genovesi vivono ora e 365 giorni all’anno. L’arena della movida, con i suoi pregi e tanti difetti, è uno dei pochi punti di aggregazione all’ombra della Lanterna, se morisse, oltre a riportare il centro storico indietro di 15 anni, diminuirebbe l’appeal di una città già in fase di decremento demografico. Una soluzione potrebbe essere la diversificazione, incentivando la vitalità anche nei quartieri e sostenendo la rivalutazione di zone destinate a diventare problematiche nel giro di alcuni anni.
Ma fino a quel giorno: nessuno uccida la movida. Almeno che il Tallone di Ferro non ci preferisca in casa, sulla poltrona e davanti alla tv assuefatti alla banalità catodica.
venerdì 3 ottobre 2008
Stranieri: salvateci dagli italiani
Per la prima volta di fronte al Colosseo, alcuni giorni fa, mi sono commosso. Alle mie spalle ho percepito il senso della storia, il valore di una civiltà di cui faccio parte e, stupefatto, ho pensato che l'Italia potrebbe davvero essere il più bel paese del mondo. Il condizionale era d'obbligo, il tempo verbale tutto sommato più coerente per esprimere le diverse opzioni del reale, e nel caso della nostra penisola, quello più calzante per manifestare il grado di ipotesi in questione: l'irrealtà.
Avrei voluto titolare questo intervento L'Italia che vorrei, ma alla fine ho ripiegato su una frase che ho letto sul muro di un palazzo, una provocazione che ben esprime lo stato d'animo di chi ama il Belpaese, ma allo stesso tempo ne è spaventato. Sì, io ho paura: temo l'Italia e gli italiani.
Ho deciso di rimanere nel mio paese perchè qui ho tutti gli affetti più cari, ma non è più tempo di tacere, non voglio essere ricordato come un complice dell' in-civiltà che sfrutta, picchia, uccide ed emana leggi autoreferenziali. Userò l'unica arma che sono in grado di impugnare: la penna.
La strage di Castel Volturno, il barbaro assassinio di Abdul a Milano, il pestaggio di Emmanuel a Parma e l'aggressione di Torbella Monaca, palesano la paura di un popolo incerto, in piena recessione economica, sfiduciato e cronicamente senza memoria. E quale paura più semplice da instillare, se non quella nei confronti di chi viene percepito come altro o diverso da noi?
Ho passato un anno in Servizio civile nell'ufficio immigrazione dell'Arci, e posso assicurare che la stragrande maggioranza di cittadini stranieri, regolari e no, lavorano al pari di quei nostri concittadini che nei primi del '900 andavano in cerca di fortuna oltreoceano. È ora di smetterla con l'ipocrisia della tolleranza zero e dei calci in culo agli irregolari: quanti gli imprenditori che utilizzano questa manodopera perchè a basso costo? Quanta parte della nostra economia si basa sullo sfruttamento di questa categoria di lavoratori? Occorre anche precisare come la clandestinità non sia una categoria dell'essere, ma un termine coniato da chi crede opportuno distrarre le masse dai veri bisogni delle persone. Disoccupazione, mal governo, ricerca, sicurezza sul lavoro e del lavoro, vivibilità, energie rinnovabili e lotta alle mafie, ad esempio, sono soltanto alcuni dei veri bisogni degli italiani.
Chi parte dalla Costa D'Avorio, dal Ghana, dal Marocco, dall'Albania, dall'Ecuador, dal Perù o dalla Cina, ebbene, non parte come clandestino, ma come essere umano costretto ad una scelta, che entra nell'illegalità non appena mette piede nel nostro paese per colpa di una legislazione inefficace e oscurantista.
Spesso sento dire che gli italiani, a causa degli extracomunitari, non sarebbero liberi di uscire per strada. Ma la placca di titanio che salda la mia mandibola, è il gentile lascito di quattro italianissimi giovani.
È comprensibile avere paura in questo momento storico, ma dovrebbero essere le pagine già scritte dall'uomo a soccorrere il genere. Non passa giorno, invece, a cui non si assista allo sdoganamento di ideologie smaccatamente razziste e xenofobe.
Il cittadino straniero è come me, persegue la felicità e vuole il meglio per i propri figli, non è un mio nemico perchè affolla la metro, non è un mio nemico perchè si diverte dove lo faccio io, non è un mio nemico perchè lavora. Non è un mio nemico. Punto. Ha doveri, ma non posso pensare che ottemperi solo a questi quando non garantisco i suoi diritti.
Questo, forse, abbiamo dimenticato.
Read more...martedì 16 settembre 2008
Quelli che...non sopporto
Non sopporto chi mi chiede una sigaretta e mi insulta se non gliela do: mi spiace, non fumo. Lo giuro.
Non sopporto i punkabbestia che mi chiedono un euro e mi fanno la morale se non gli metto una moneta in mano: lavoro 8 ore al giorno, ho un contratto a progetto e prendo 400 euro al mese. Andate affanculo. E già che ci siete mollate quei poveri cani, hanno il diritto di vivere.
Non sopporto chi ce l'ha con gli stranieri, solo perchè questa nostra società fa schifo.
Non sopporto chi agita il problema della sicurezza come arma di distrazione di massa.
Non sopporto chi fa leggi che rendono clandestini gli esseri umani. Siamo tutti persone.
Non sopporto gli scafisti e non sopporto quelli che 'Gli stranieri sono tutti bravi. Oh poverini'. Anche loro delinquono e fanno casini. Anche belli grossi.
Non sopporto chi ce l'ha con le prostitute e vuole chiudere i bassi.
Non sopporto chi deve per forza snobbare il calcio per fare l'alternativo.
Non sopporto il political correct.
Non sopporto Berlusconi e Veltroni: due facce di una stessa medaglia.
Non sopporto i contratti a progetto.
Non sopporto gli imprenditori che ti fanno cadere le cose dall'alto quando in realtà stanno concedendo l'elemosina. Ricordate che sarete per sempre dall'altra parte della barricata. Fischia ancora il vento.
Non sopporto l'inutilità dei sindacati.
Non sopporto la Chiesa, istituzione arrogante e distante dai veri bisogni delle persone: la verità non è qualcosa che uno ha e gli altri no. Smettetela di pensare al sesso, la vita non è un dono di Dio. Grazie mamma e grazie papà.
Non sopporto i preti pedofili e le gerarchie ecclesiastiche che li proteggono.
Non sopporto gli intellettuali: mentre vi arroccate nella vostra torre d'avorio, fatta di parole e editoriali a tutta pagina, le persone non arrivano a fine mese. A voi e a tutti i politici: vaffanculo.
Non sopporto quei precari, me compreso, che non si ribellano ad un sistema violento e sfruttatore. Stiamo attenti a conservare quel poco che abbiamo, ma non ci accorgiamo che stiamo difendendo il nulla. Svegliamoci.
E già che ci sono, non sopporto neanche Grillo. Caro Beppe, ti atteggi a Gesù nel tempio, ma come si fa a denunciare il marcio con la rabbia dei miliardi? Devi smetterla, l'unica rivoluzione è quella del popolo.
Non sopporto gli ex-sessantottini che oggi si sentono alternativi perchè parlano liberamente di sesso, vestono con tutti i colori dell'iride e si sentono tolleranti perchè hanno amici gay. Sono gli stessi che sfruttano stagisti, sono sgarbati con chi chiede cortesemente informazioni, vivono in case da mezzo milione di euro e si alzano alle 10. Andate veramente affanculo.
Non sopporto chi ce l'ha con i gay.
Non sopporto chi cerca continuamente di sminuire la Resistenza: i giovani di Salò fecero una scelta. La storia ha sentenziato: fu quella sbagliata. Grazie invece a tutti i partigiani: se oggi posso scrivere quello scrivo è solo merito vostro.
Non sopporto i maleducati.
Non sopporto chi bombarda case di civili in nome della democrazia.
Non sopporto chi va allo stadio e mette a ferro e fuoco due città intere. Siete delle bestie.
Non sopporto chi sventra il verde per fare dei pargheggi: qualche biblioteca no?
Non sopporto...beh la lista sarebbe ancora troppo lunga. Alla prossima puntata. Nel contempo Bullet in your head.
martedì 29 luglio 2008
Indovina chi?
Ripropongo il testo di El presidente, una vecchia canzone dei Modena City Ramblers. Credo che ogni commento sia superflo. Nulla cambia.
El Presidente
Non si fanno conti in tasca (money)
a El Presidente
E' una storia già sentita (mentira)
e poi non è importante
Le lobby e gli interessi (offshore)
sono l' invenzione
Di quei giornalisti(audience)
e dell' opposizione
Non dovete usare leggi(impeachment) contro El Presidente
Le minacce di un complotto (golpe)
vanno prese seriamente
Il suo volto per la strada è sicurezza e garanzia
Di chi con i suoi uomini cammina sulla via
Del Miracolo Economico che trasmetterà
Il segno di El Presidente sulla società
El Presidente,lo sai, vede,provvede, non sbaglia mai!
El Presidente, lo sai, con la sua squadra risolve i guai! (2 volte)
Non potete dare colpe (alah) sempre
a El Presidente
Per ogni problema (trust) lui è qui presente
Il nostro Presidente (caid) è uno che lavora
Con la Democrazia,(freedom)il pubblico lo adora!
Le promesse che ci ha fatto rappresentano la sfida
Di un Paese che in passato ha conosciuto la deriva
Date solo un po' di tempo per il risultato
Chi lo ha sostenuto verrà ricompensato
El Presidente,lo sai, vede,provvede,non sbaglia mai!
El Presidente,lo sai,con la sua squadra risolve i guai! (2 volte)
Ogni guerra è santa (war) per il suo Ideale (right war)
Ogni causa è giusta per il suo giornale
Per la tua casa nuova c'è la sua immobiliare
la sua finanziaria per le rate da pagare
I cinema proiettano ogni film di El Presidente
Nel centro commerciale trovi il saldo conveniente
Sul campo la sua squadra di frequente è la vincente
Nei sondaggi la fiducia è consistente
El Presidente OPERAIO
El Presidente NOTAIO
El Presidente INSEGNANTE
El Presidente CANTANTE
E' ALLENATORE
El presidente
E' GIOCATORE
AMBASCIATORE
El presidente
IMPERATORE
El Presidente PETROLIERE
El Presidente CONSIGLIERE
El Presidente SOLDATO FILOAMERICANO
El Presidente PACIFISTA
EL PRESIDENTE KOMUNISTA !!!
martedì 22 luglio 2008
I figli sono pezz 'e core
Da genitore posso capire, ma non approvare, la contrarietà dell'On. Bossi per la seconda bocciatura alla maturità di suo figlio, e le conseguenti invettive sugli insegnanti. In genere i genitori non riescono mai, o raramente, ad essere obbiettivi sugli insuccessi scolastici dei figli: è quasi sempre colpa degli insegnanti, non dei figli che non hanno studiato. Per i genitori i figli sono sacri e per loro si vorrebbe un futuro radioso. Non conosco l'On. Bossi, ma, sotto la sua scorza da duro si deve nascondere un padre attento e premuroso come lo sono la maggioranza degli italiani e dei padani.
Ma la bocciatura non dovrebbe preoccuparlo più di tanto, perchè essere figlio di un ministro è un ottimo curriculum per il giovane Renzo che, sicuramente, non incontrerà difficoltà nel procurarsi un'occupazione.
Noi poveri mortali, invece, non riusciamo ad arrivare al 20 del mese. Abbiamo fatto studiare i nostri figli che amavano lo studio e ci ritroviamo con ragazzi laureati con il massimo dei voti ma disoccupati. Oppure a lavorare gratis, o, bene che vada, con un rimborso di 150 euro al mese. Questa è la reatà dei giovani in questa Italia. Ma già, come dice Cettolaqualunque (Antonio Albanese): «in questo Paese i giovani sono un problema non una risorsa».
Maddalena Sciarrone
domenica 20 luglio 2008
6/1/ sfigato
Nel 1992 gli 883 cantavano: «Fingi di essere come Berlusconi, pieno di ragazze e di milioni».
La canzona era 6/1/ sfigato, un testo simpatico e dissacrante su quella che all'epoca era la tipica figura dello yuppie. Cellulare alla mano, quando averne uno era considerato status symbol, panfilo a Montecarlo, occhiali da sole, aria da grande attore e jet set. Chi mai avrebbe pensato, a 14 anni di distanza, che le parole di Max Pezzali potessero rivelarci molto sulla natura dell'attuale presidente del Consiglio? Nessuno, credo. Eppure i fatti recenti ci restituiscono proprio quell'immagine: bandana o panama in testa, Ronaldinho al Milan per milioni di euro, raccomandazioni per giovani attrici affrante, affari di famiglia sulle colonne dei giornali e donne da copertina in Consiglio dei Ministri. Italian Style. Wikipedia alla voce Mara Carfagna cita: politica e showgirl italiana. Ho i brividi.
mercoledì 16 luglio 2008
Robert Kennedy sul Pil
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani".







