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giovedì 25 giugno 2009

Manituana: quando la Storia è sbagliata




Manituana: una storia dalla parte sbagliata della Storia. Così recita la copertina del libro di Wu Ming. La vicenda, ambientata nel continente americano durante i primi vagiti della Guerra d’Indipendenza, è un ottimo spunto per riflettere sulla nascita degli Stati Uniti d’America. Il racconto del collettivo bolognese si concentra sulle vicende della cosiddetta Confederazione Irochese, nazione di nativi americani il cui territorio comprendeva parte dell’attuale Canada meridionale e del nordest degli Stati Uniti. All'interno di quest'area, da decenni, convivevano coloni e indigeni, un mondo meticcio abitato da indiani, irlandesi, scozzesi, tedeschi, protestanti e cattolici. Un pacifico e bellissimo Meltin' Pot che a breve sarebbe stato scosso dai rumori sempre più pressanti della guerra: la cosiddetta Rivoluzione Americana. Lealisti contro miliziani, esercito regio contro coloni, inglesi contro americani. Il succedersi degli eventi chiamerà così la Confederazione ad una scelta: fedeltà a Re Giorgio o alle milizie coloniali?

La tradizionale versione accademica, soprattutto in virtù della filosofia illuminista ed empirista, propone di questo periodo un racconto che pone particolare enfasi all'anelito libertario che mosse le 13 colonie d'oltreoceano. A me, invece, piace porre l'accento su quelli che furono i veri motivi dell'indipendenza. Se di libertà si vuole parlare, in questo caso, è bene accompagnare il sostantivo con l'attributo economica. È indubbio, infatti, che il regime fiscale inglese, soprattutto dopo la Guerra dei 7 anni, fosse motivo di impedimento allo sviluppo coloniale americano. Non solo, ma l'atteggiamento di Buckingham Palace nei confronti dei sudditi d'oltremanica era paragonabile a quello che la corona aveva nei confronti di qualsiasi altra colonia: attenzione alla salute dell'impero, ma non ai singoli particolarismi regionali. Ma più profondi, a mio avviso, furono i motivi del malcontento coloniale. Ragioni da ricercare soprattutto nella procrastinata espansione territoriale.

Nel 1763, infatti, al termine del conflitto con i Francesi, Giorgio III emanò la cosiddetta Proclamation Line: l'intento inglese, al fine di stabilizzare i rapporti con i nativi americani, soprattutto con quelli che risiedevano nei territori ex-francesi, era quello di disciplinare l'espansionismo coloniale, ponendo gli Appalacchi come estremo confine occidentale. I coloni americani percepirono tale misura come un atto di dispotismo e di inaccettabile limitazione della libertà, soprattutto in virtù del recondito desiderio di appropriarsi delle mitiche terre occidentali. Da qui il malcontento verso una madrepatria che, a loro avviso, tutelava maggiormente gli interessi di 'selvaggi inferiori'. Se a queste, si sommano anche quelle più spiccatamente economiche, il quadro delle ragioni americane è completo.

Ed è in questo complesso scenario storico che si inserisce la storia di Manituana e della Confederazione Irochese. Una nazione che decise di rimanere fedele al Padre Inglese, soprattutto per motivi di mera sopravvivenza. L'atteggiamento di Londra, soprattutto nei confronti degli indigeni americani, molto assomigliava a quello che l'Impero Romano imponeva alle popolazioni assoggettate: concessione di una formale autonomia che ovviamente rispondeva a esigenze di controllo inglesi. Tale libertà, ovviamente, strideva con gli interessi e le brame di sviluppo delle colonie americane.

Nelle pagine di Wu Ming e nel tentativo degli Irochesi di opporsi alla libertà dei coloni, si può leggere chiaramente l'anticipazione del massacro indiano, di quel sangue di cui troppo spesso sono macchiate le mani delle moderne democrazie. L'autonomia dei futuri Stati Uniti d'America, passa sì dall'anelito libertario delle colonie, contrapposto all'autoritarismo tipico dell'Ancient Regime, ma passa anche per quelle istanze tipiche del capitalismo che, troppo spesso, guardano al sacrificio del più debole come un effetto collaterale lungo la strada dello sviluppo.

Nelle pagine di Manituana il rozzo possidente Jonas Klug acquisisce con l'inganno terre indiane da secoli nelle mani degli indigeni della valle del Mowack. È l'alcool il grimaldello con cui li droga. Terra, sempre la terra. Chissà se il diritto naturale alla proprietà sia davvero il lavoro: gli indiani non la pensavano così e sono stati sterminati.
Parafrasando Fabrizio De Andrè: davvero una Storia sbagliata.

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sabato 20 dicembre 2008

Sotto questo sole...


Sto leggendo L'eleganza del riccio di Muriel Barbery e il capitolo che ho appena terminato ha esposto il pensiero di Guglielmo di Occam.
Vi starete chiedendo: «chi se ne frega?». Avete ragione. Ma se continuerete a leggere vuol dire che, anche se solo un pizzico, vi siete incuriositi. E che, alla fine della fiera, ve ne frega!

Guglielmo ha dedicato gran parte della sua vita allo studio degli universali e dei particolari, giungendo alla seguente conclusione: gli universali, ovvero quei concetti a cui i particolari partecipano, non esistono nella realtà.
Mi spiego meglio. Prendiamo un tavolo. Ebbene, per Occam non esiste un 'idea generale di tavolo che racchiuda in sè tutte le qualità dei tavoli esistenti. Esistono, invece, solo i particolari, ovvero quegli oggetti che i nostri sensi percepiscono come tavoli.

Per il filosofo del famigerato rasoio esistono solo i singolari, o meglio:
esistono solo le cose che percepiamo come reali. Gli universali, di conseguenza, sono solo una complicazione del pensiero e qui risiedono. Solo il semplice, o meglio il particolare, ha riscontro effettivo nella realtà.

Ma la realtà, io mi chiedo, che cosa è?
Quello che noi percepiamo come reale, infatti, non è necessariamente vero, ma solo una delle possibili rappresentazioni della realtà. Ogni essere umano, in definitiva, costruisce la propria visione del molteplice in base a come lo percepisce, vive e si muove nel mondo a seconda di come ha imparato a conoscerlo attraverso i propri sensi.
E allora continuo: chi mi assicura che quello che io percepisco come tavolo sia realmente tale? Nessuno.
È solo per convenzione che la maggior parte degli essere viventi attribuisce a questa parola una forma ben definita, la realtà, o meglio, una delle tante possibili, potrebbe essere differente.

È prerogativa del tutto umana, quella di porre il proprio percepire alla base del reale. Le sicurezze sulle quali si costuisce l'immagine del mondo, sono tali solo per chi ne ha bisogno.

E allora voglio concludere con una domanda, ognuno dia la risposta che più crede opportuna: il sole esiste perchè lo penso, o penso al sole perchè esiste?
Io credo di non avere più alcuna certezza.

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martedì 11 novembre 2008

Avana Killing!


Se gli ingredienti per un buon giallo sono suspance, ritmo e colpo di scena finale, ebbene, Avana Killing di Gordiano Lupi (editore Sered, 5.90 euro) rispetta a pieno i dettami in questione. Se a questo si aggiunge una spruzzata di noir, un pizzico di attualità e un aggiunta di esotismo, ecco spiegata l'alchimia che impedisce al lettore di chiudere il libro se non al termine del racconto.


È la capitale cubana, come suggerito dal titolo, il teatro della vicenda, una città in cui si sfiorano due mondi: quello dei turisti che ostentano dollari e quello della popolazione che sopravvive con fatica e dignità. Protagonista Isabel Santamaria, donna infelice e abbandonata dal marito, che di colpo si trova al capezzale del figlio moribondo. Pronta a tutto per strapparlo alla morte, si troverà ad intraprendere strade ben distanti dalla fede che professa: e proprio la santeria, religione sincretica che fonde il Cristianesimo con i riti arcaici portati dall'Africa, sarà con le sue pratiche il motore scatenante dell'azione delittuosa del serial killer che imperversa nelle notti habanere.


Il motore narrativo è sapientemente alimentato dall'autore, mentre l'immaginazione di chi legge è costantemente aiutata dalle descrizioni ambientali che completano il quadro dell'azione. Personaggi e vicenda sono perfettamente calati nell'atmosfera esotica: caldo, corpi sudati, luci notturne e aroma di caffè sono il background di un racconto che non si caratterizza solo per gli spunti di fantasia. Il punto di vista dell'autore, infatti, emerge immediatamente dalle primissime pagine: la critica sociale e poltica al castrismo si evince chiaramente in tutto il libro.


Ma anche chi, per ideologia è distante dall'opinione di Lupi, non pùò fare a meno che lasciarsi trasportare dall'evolversi degli eventi. Ad affascinare è la costante contrapposizione tra due visioni differenti del reale: da un lato la religione cattolica che ammanta di verità assoluta e divina ogni batter d'ali terrestre, dall'altra la santeria, che al pari della Chiesa, con i suoi riti sostiene di poter influire sul corso delle vite umane. Lo scontro è decisamente all'ultimo sangue.


Infine alcune parole sul progetto editoriale di cui Avana Killing fa parte: una collana di romanzi in cerca di nuovi testi e nuovi autori che ha il sapore del romanzo popolare, in una veste grafica che ricorda molto una collana da edicola.

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mercoledì 1 ottobre 2008

'Poeti immaginati' di Alberto Terrile


Un diario emozionale, così nella prefazione Alberto Terrile definisce Poeti immaginati, suo secondo libro edito da La Lontra.

Una raccolta di sembianze, gesti e pensieri, con protagonisti poeti e musicisti incontrati dal fotografo, attraverso cui vengono proposti e raccontati alcuni momenti dell'esistenza dell'autore. Pagine in cui si possono incontrare personaggi del calibro di Lawrence Ferlinghetti, Ed Sanders, Diane di Prima, Joanne Kyger, e ancora Alejandro Jodorowsky, Lou Reed, Peter Hammill, Ray Manzarek, Lydia Lunch e Howard Marks. «Queste pagine - rivela Terrile - nascono da un'esigenza di onestà, l'onestà di dire esattamente le cose che ho vissuto e provato. I personaggi ritratti sono miti che hanno scandito alcuni momenti della mia vita e aver interagito con loro acquista un senso particolare nel libro. L'idea - continua - è proporre alcuni protagosti dell'adolescenza e rivisitarli nell'oggi: per vedere come sono loro e come trovano me».

Acquista, ad esempio, un significato particolare l'incontro con Ed Sanders: virtualmente conosciuto nelle bancarelle di libri usati di piazza Colombo nella primavera del '77 e incontrato materialmente solo anni dopo, oppure Lou Reed, immortalato al Best Western Hotel Metropoli, o ancora Alejandro Jodorowsky, ritratto in treno durante il tragitto Genova-La Spezia. E infine Ray Manzarek, tastierista dei Doors, incontrato nel capoluogo ligure nell'estate del 2001 e fotografato durante il soundcheck dell'unica tappa europea per il tributo a Jim Morrison. «Quando incontri questi personaggi - rivela Terrile - prendi consapevolezza, realizzi che sono carne e ossa, con problemi e paure. Hai il mito di fronte a te ed è umano: sei più pacificato».

Ma Poeti Immaginati non è una galleria di personaggi famosi. Tutt'altro, vuole essere uno spaccato di esistenza. Affiorano così i tratti di una generazione, quella del Settantasette che, come scritto da Terrile, è stata l'ultima a sognare. «Quelli non erano solo gli anni dei pantaloni scampanati e delle giacche di velluto - precisa - questa è solo l'estetica degli anni '70. La mia generazione ha vissuto il terrorismo, la fine degli ideali e, negli anni '80, l'eroina e l'Aids».
La sensazione è quella di rivivere non solo un tempo distante 30 anni or sono, ma anche una città. «Genova - aggiunge Alberto - era viva, rispetto ad ora c'era molto meno e quindi dovevi sviluppare la fantasia. Al Cinema Centrale andavo a vedere i film di Godard, mentre al Sivori i cortometraggi di Warhol».

Ma quella generazione - chiedo - che fine ha fatto? «In parte - risponde - ha trovato un proprio posto, in parte lo sta ancora cercando».

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domenica 14 settembre 2008

Raccontare il Novecento


Nonostante il Novecento sia decisamente alle nostre spalle, volenti o nolenti, ancora oggi continuiamo a farci i conti. Un secolo, che nelle celeberrime pagine dello storico Eric J. Hobsbawm è stato definito breve, e che in Secolo, libro di Aleksandar Gatalica (edizione Diabasis, pp. 415, 19.50 Eu), invece, viene riattraversato nella sua interezza. Cento e uno racconti, dal 1900 al 2000, al fine di raccogliere tutto il '900, brani di lunghezza variabile fra le tre e le sei pagine, ambientati da Belgrado a Londra, da Roma a Parigi, Mosca, L'Avana, Bombay, fino ad arrivare a Berlino, Saigon e Buenos Aires.

L'autore serbo, nonostante sia nato nel 1964, dimostra di saper controllare le tensioni e le vicende dell'intero XX secolo, in un testo che sa mantenere viva la sua impostazione letteraria. Gatalica, come sottolineato da Pedrag Matvejevic nella prefazione, getta «un intenso sguardo al secolo rimasto alle sue spalle, uno sguardo lucido e lirico al tempo stesso, troppo cosciente per abbandonarsi alla nostalgia».
Un'opera ad intento enciclopedico e ad ampio respiro, lontana dai quei nazionalismi che, proprio nel corso del '900, hanno insanguinato i Balcani.


Il libro parte con la scomparsa di Eduard Paramentie, custode del padiglione abbandonato dell'Esposizione Universale di Parigi, metafora del tramonto ottocentesco, e si conclude con con la scatola di sardine scadute del dottor Alfonsino Alvaro, simbolo di un Novecento finito ma che continua a far sanguinare le ferite che ha provocato. Nel mezzo, altri 99 racconti, uno per ogni anno del secolo, difficili da definire in una sola parola: sono evocazioni, frammenti e saggi. Nell'impossibilità di citarli tutti - i personaggi che si incontrano nella lettura sono all'incirca 500 - mi piacerebbe menzionare La Scimmia. La scelta cade su questo racconto per un motivo che ritengo contiguo al progetto generale di Gatalica: non dimenticare, ma soprattutto, imparare, da quel libro di preziose e spesso traumatiche esperienze, che è la Storia. Ambientato nel 1909, il brano in questione racconta le vicende di Antonio e della sua scimma ammaestrata chiamata Dante. Partito da Genova, nella speranza di trovare fortuna all'ombra della Statua della Libertà, come tanti tornerà in Sicilia profondamente segnato da quell'esperienza.

In tempi di impronte digitali ai bambini rom, una storia per ricordare chi eravamo e chi siamo oggi.

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mercoledì 27 agosto 2008

Buck e la civiltà

Che cosa è la civiltà? Qualcuno potrebbe rispondere progresso e benessere, altri ordine e evoluzione sociale o tecnologica, qualcun'altro produttività e guadagno. E se invece la risposta fosse: alzarsi ogni mattina, prendere la metropolitana alla stessa ora, 8 ore di ufficio, tornare a casa e così di seguito per ogni giorno? È una delle tante possibili prospettive.

Già nel 1903 Jack London aveva rilevato l'appiattimento e l'impotenza che comportano le forme di vita nella società di massa. Il Richiamo della foresta era il libro in questione. Nelle avventure del cane Buck, incrocio tra un san Bernardo e un pastore scozzese, c'è la voglia di assoluto che solo un io imprigionato può avere.

Che cosa è il mondo da cui Buck decide di allontanarsi?
Una società violenta, opportunista e traditrice. Una realtà di sopraffazione, in cui vige la regola del profitto senza regole e dello sfruttamento. Nessun rispetto per animali e persone. Una vita monotona e ripetitiva che si svolge con meccanica regolarità. Un mondo che non conosce «altra legge al di fuori di quella della zanna e del bastone».
In tanta negatività c'è però un barlume di speranza, un'abbaglio di amore rappresentato dall'amicizia con John Thornton. Ma è la morte, peraltro violenta, a spezzare questo legame. A Buck non resta che seguire il richiamo, «correndo libero negli spazi aperti, con sotto i piedi la terra intatta, e il vasto cielo sopra di sè».

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giovedì 21 agosto 2008

Noi scegliamo i libri, o loro scelgono noi

Siamo noi a scegliere i libri, oppure sono loro a scegliere noi? Spesso mi è capitato che una circostanza, un particolare, una parola o un semplice ricordo mi abbiano avvicinato ad un autore piuttosto che ad un altro. Raramente entro in libreria senza avere le idee chiare. Spesso, invece, mi aggiro tra gli scaffali con fare sicuro: il libro mi ha già scelto, e a me non resta che acquistarlo. Direte: «leggere l'Ombra del vento ti ha fatto male, figlio mio». Mi piacerebbe rispondervi raccontando il modo in cui ho incontrato - ovviamente metaforicamente - Mordecai Richler.


Negli anni del liceo la mia mente era un spugna fertile che tratteneva, ma non rilasciava alcunché, non fruttificava. Le ore che seguivo più volentieri, senza per questo ottenere grandi risultati, erano quelle di storia e filosofia. Il professore, oggi diventato un caro amico, aveva la capacità di far entusiasmare gli alunni ricreando, attraverso le parole, il campo di una battaglia napoleonica o l'atmosfera di Torino quando la città ospitava Friedrich Nietzche. Ebbene, in queste ore ci venivano proposti e consigliati una miriade di titoli che noi, poco più che adolescenti, appuntavamo per compiacere l'ars oratoria del nostro prof. Uno di questi fu proprio La versione di Barney.

Terminai il liceo senza mai leggere il libro di Mordecai Richler. L'autore morì nel 2001 e, negli anni dell'università, cadde nei meandri del mio nulla cerebrale per riaffiorare quando meno me lo sarei aspettato. Fu mentre preparavo l'esame di Letteratura latina, che puntualmente avevo lasciato al termine del mio corso di studi, mentre mi aggiravo nei caruggi alla ricerca di un libro su cui studiare gli autori. Il cazzeggio è parte integrante della vita universitaria, così un giorno saltai lezione e, con la scusa di cercare il testo, mi diressi in san Luca. Entrato in libreria, una copertina rossa catturò la mia attenzione: La versione di Barney, di Mordecai Richler.
Di colpo mi vennero alla mente le lezioni degli anni prima e gli appunti che conservo tuttora nel solaio. Comprai il libro e lo divorai in pochi giorni. Le avventure di Barney Panosky, personaggio cinico ma incredibilmente attraente, distolsero la mia attenzione dallo studio. Mi appassionai ai suoi tre matrimoni, agli avvenimenti e agli incontri straordinari della sua vita, a quel finale a dir poco sibillino e al suo modo crudo di interpretare l'esistenza. Quelle pagine, comunque, cambiarono la mia: ogni istante è mutamento e, a maggior ragione, lo sono gli attimi spesi nella lettura. Da quel giorno mi innamorai della prosa dello scrittore canadese, senza però leggere nessun altro suo scritto.

E arriviamo a tempi più recenti. Lo scorso dicembre mi aggiravo per gli scaffali di una libreria per i tradizionali regali natalizi, quando ecco spuntare una copertina marrone e il mio occhio cadere su un autore conosciuto. Di nuovo lui, Mordecai Richler. Ho acquistato Solomon Gursky è stato qui, ma l'ho letto quando mi sono sentito pronto. Solo di recente ho terminato l'epopea dei Gursky e, anche in questo caso le morti di Solomon, una sorta di Montecristo canadese, e le vicende della sua famiglia, mi hanno stregato. Vi starete chiedendo il perché di questo racconto. Ebbene, non mi sottraggo. Nelle pagine di questo ultimo libro, graffiante e puntuale come al solito, Richler ha dato una risposta alla domanda con cui ho iniziato, a quell'interrogativo, forse un po' ingenuo, sulla nostra possibilità di scelta nei confronti dei libri: «se non io, chi? Se non ora, quando?», recita una pagina del diario di Solomon Gursky.
Ecco la soluzione. Forse.

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martedì 12 agosto 2008

Fausto e Iaio


Il 18 marzo 1978 in via Mancinelli, a Milano, vengono uccisi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci: otto colpi Winchester calibro 7,65 tolgono la vita a due diciotenni del Centro Sociale Leoncavallo. Fausto e Iaio. Trent'anni dopo. Raccolta di scritti, documenti, testimonianze per non dimenticare, edito da costa&nolan, a cura dell'Associazione familiari di Fausto e Iaio (235 pp, 15 Eu), ha già nel titolo il senso del libro: ricordare. Pagine che, attraverso contributi di amici e conoscenti, professori e parenti, giornalisti e politici, riattraversano i fatti succedutisi da quel sabato, una ricostruzione per memorie che restituisce non solo gli avvenimenti, ma anche il clima politico italiano alla fine degli anni '70.
È l'Italia degli anni di piombo, del caso Moro, sequestrato proprio due giorni prima del duplice omicidio di via Mancinelli, una Milano ancora ferita dalla strage di piazza Fontana, una città che comincia a conoscere le derive dell'eroina. E, proprio in questa direzione, Fausto e Iaio stavano conducendo approfondite indagini: interviste sul campo e nastri meticolosamente registrati saranno misteriosamente trafugati dopo la loro morte.

Nella forma e nella sostanza fu un'esecuzione, maturata negli ambienti dell'estrema destra e che, a trent'anni di distanza, non vede ancora i responsabili.
Le indagini sono durate anni e le carte processuali passate nelle mani di numerosi giudici e magistrati. Al termine dell'inchiesta gli indiziati restano tre: il neofascista Mario Corsi, Massimo Carminati e Claudio Bracci, affiliati alla banda della Magliana.
Questa la conclusione con cui il Giudice delle Udienze preliminari del Tribunale di Milano, Clementina Forleo, archivia l'inchiesta il 6 dicembre 2000: «Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolare degli attuali indagati, appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura del reato delle pur rilevanti dichiarazioni».


Fausto e Iaio, a trent'anni dall'uscita di Che idea morire di marzo - raccolta di poesie, lettere e ricordi, pubblicata all'indomani della loro tragica scomparsa - restituisce una delle tante pagine nere, e purtroppo irrisolte, della storia italiana. Articoli di giornale, documenti giudiziari e inchieste interrotte, come quella di Mauro Brutto, morto in circostanze poco chiare, sono orchestrate da Daniele Biachessi. Seguono testimonianze di ieri e di oggi offerte da Gad Lerner, Paolo Hutter, Ada Negroni, Daniele Farina, Ivan Berni e Leonardo Coen. In allegato il documentario in dvd di Bruno Capuana.

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domenica 3 agosto 2008

La sera del dì di festa


Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna.
O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno.
A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
Al pensier ti ricorro.
Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo.
Oh giorni orrendiIn così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia.
Ecco è fuggito. Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

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lunedì 28 luglio 2008

A confronto con Guevara


Il 9 ottobre 1967, in Bolivia, moriva Ernesto Guevara De la Serna. Lo stesso giorno di 41 anni fa, a La Hilguera, nasceva il mito del Che. Icona della generazione sessantottina, la vicenda storica e personale di Guevara, ancor oggi si interseca con quegli aspetti sacrali che la società di consumo ha spesso imprigionato in bandiere e magliette. Guerrigliero, soldato e ribelle, il mito del Che rappresenta per molti, e anche per chi scrive, l'anelito libertario di chi decide di sacrificare tutto per un ideale (vita compresa). Simbolo di equità e giustizia sociale, oggi come allora, incarna esigenze di riscatto per tutti coloro che vivono esistenze oppresse.

Aldilà del mito, il Che fu soprattutto un essere umano e, come tale, commise degli errori. Indagare e raccontare il mito nei suoi molteplici aspetti, è l'obiettivo di Dario Fertilio, autore del romanzo La via del Che. Il mito di Ernesto Guevara e la sua ombra (Marsilio Editori). «Il mito – sottolinea l'autore – influenza spesso la storia. Il Che rischiava di persona, si esponeva e il modo migliore per conoscere tutte le sue facce, è raccontarle. Affrontare la molteplice contradditorietà di Guevara in tutte le sue dimensioni, è un modo per mantenerne vivo il mito».

Protagonista della vicenda quasi interamente ambientata all'Avana, Riccardo Modena, direttore editoriale, ex sessantottino con un passato da guevarista, oggi disilluso e alla ricerca dei diari mancanti del Che. «La scelta del genere letterario – rivela l'autore – oltre ad essere dettata dall'ammirazione per il romanzo alla Hemingway, da un lato è funzionale all'esigenza di unire un reportage sulla Cuba di oggi, dall'altro si unisce all'intento di raccontare le aspettative tradite della generazione sessantottina». Riccardo è un uomo stanco, detesta il Natale, le vacanze e continua a vivere un matrimonio ormai esaurito da tempo. Ha creduto nella rivoluzione cubana, ma oggi è convinto che la via del Che non esistesse.

Tra questa disillusione e l'ortodossia del guerrigliero argentino, è possibile una via di mezzo?
«Riccardo Modena – risponde l'autore – è vissuto, si è evoluto, mentre il Che è morto giovane dopo aver dato tutto per la causa in cui credeva. Indubbiamente la posizione migliore tra l'utopismo di Guevara e la disillusione di Riccardo, sarebbe quella di affrontare criticamente il mito, recuperando anche gli aspetti più negativi. Il protagonista del romanzo – continua – ha vissuto intensamente il '68 e, forse, proprio per questo motivo ha ripudiato ciò in cui credeva: troppo doloroso il ricordo del fallimento giovanile. Chi invece ha incontrato il Che più tardi, oggi lo ama».

Sulle pagine del Manifesto, Enzo Di Mauro ha descritto il libro come una storia di agnizione e liberazione interiore dai miti e dai simboli della giovinezza. «Sono d'accordo – ribadisce Fertilio – nel libro c'è questa voglia di confrontarsi con i miti della propria giovinezza e scoprirli falsi. Dal punto di vista politico il messaggio del Che è stato una catastrofe, paragonabile a quello di Trotzky. Ma dal punto di vista personale, il fatto che abbia dato la vita per un ideale, paragonabile per impegno a san Francesco o Garibaldi, ebbene, questo lo rende ancora vivo. Impegnarsi come lui, ma non per le cose che ha scelto».


Scrive Eduardo Galeano: «L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino di dieci passi, e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l'utopia? A questo: serve a continuare a camminare». Chiedo a Fertilio: conviene perseguire l'utopia?
«Se individuale – risponde – aiuta a crescere e cambia la vita. Se l'utopia è collettiva, diventa una falsa certezza. John Lennon cantava I don't believe».

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venerdì 18 luglio 2008

Albanaia: un romanzo di guerra

L’Albanaia era la naia di Albania. Così l’avevano chiamata gli alpini, i soldati che parteciparono alla breve guerra che l’Italia fascista condusse contro la Grecia tra l’ottobre del 1940 e il giugno dell’anno seguente. Una piccola guerra tra italiani e greci, anticipazione della tragedia russa. Ma oggi, Albanaia, è anche il titolo del libro di Augusto Bianchi Rizzi (edizioni Mursia), un romanzo che trae spunto dal diario di guerra tenuto da suo padre, il medico militare Giovanni Bianchi, partito volontario per l'Albania con il battaglione Edolo.

Come sottolineato da Giorgio Galli nella prefazione, quella di Grecia «appare una guerra finita nel dimenticatoio, un modesto episodio dell’apocalittico Secondo conflitto mondiale». Una marginalità, che assieme ai trionfalismi del regime, ha finito per far dimenticare la realtà storica dei fatti.
Mal equipaggiati, mal armati, provati da fame, freddo e diarrea, i soldati italiani combatterono una guerra di trincea. La consistenza dell’ esercito greco, superiore in numero e armamenti a quello italiano, si rivelò ben diversa da quella dipinta dalla retorica fascista. Morava, Var i Lamit, Pupatit, Gur i Topit, Ikinas e Leskoviku sono soltanto alcune delle montagne in cui trovarono la morte oltre 13 mila soldati italiani. I dispersi furono 25 mila, più di 50 mila i feriti, 12 mila i congelati e oltre 52 mila i ricoverati in luoghi di cura. Questi i numeri di una guerra che l'Italia pagò a caro prezzo e che vinse in seguito all’apporto decisivo delle divisioni tedesche.

«Ma non doveva essere una passeggiata?», si chiede il tenente Guzzi detto Nico nelle pagine del libro di Bianchi Rizzi. E’ proprio da questo contrasto, dalla discrasia che nasce tra veridicità dei fatti raccontati e retorica di guerra, sottolineata dall’autore ad ogni inizio capitolo con passi tratti da Il Popolo d’Italia, che scaturisce il vero storico. «Lavorare su documenti originali – sottolinea l’autore – consente di essere rispettosi di ciò che è stato, se c’è attendibilità le pagine acquistano sicurezza storica. Altra cosa, invece, dal punto di vista letterario. Agire sulle pagine di un diario per crearne un romanzo è più complicato. Tra le altre cose, bisogna fare i conti con la qualità della dattilografia, mentre i caratteri dei personaggi non sono ben definiti».

Protagonista del romanzo è il tenente medico Vittorio Bellei, un fascista esemplare come recita il sottotitolo, partito volontario e lasciatosi alle spalle la giovane moglie e un figlio di 15 giorni. Crede in Mussolini ed è convinto di lottare per il futuro di suo figlio. Eppure, di fronte al suicidio del tenente Colajanni e agli interrogativi di Angelo Castelnuovo, anche le sicurezze del protagonista sembrano vacillare: «è difficile – pensa tra se – conciliare la realtà della guerra con i nostri sogni, i nostri credo».
«E’ un momento, un istante di piccolo dubbio – sottolinea Bianchi Rizzi – è bene ricordare, infatti, che il protagonista è cresciuto in un contesto storico che esaltava il senso del dovere, la mistica del sacrificio e il purismo dei comportamenti. C’è in lui un idealismo contro il vivere comodo e un po’ corrotto della vita borghese, che fa di questo momento solo un istante di esitazione. E non si può dimenticare – conclude – che chi viveva quell’esperienza aveva appena 26 anni»

In una guerra di trincea, le pagine restituiscono il logorio mentale e fisico del soldato. Periodi brevi, ma altrettanto espliciti, pongono il lettore di fronte a corpi scaraventati, braccia e gambe amputate e crani perforati dalle granate. Leggendo le pagine di Albanaia, torna alla mente Full Metal Jacket, capolavoro di Stanley Kubrick e violenta critica antimilitarista. L’effetto che il soldato Joker con il simbolo della pace all’elmetto suscita nello spettatore, è simile a quello che prova il lettore sfogliando le pagine del libro: romanzo di guerra, contro la guerra.
«Sicuramente – ribadisce l’autore – è un manifesto orripilante contro la guerra. Ma la cosa più insopportabile è che queste sono pagine di denuncia, ma per chi le ha vissute, non c’è stata alcuna conseguenza».

Giovanni Bianchi, alias Vittorio Bellei, dopo essere partito volontario col battaglione Monte Cervino per il fronte russo, rimase disperso fino al 1964. Era deceduto nella regione di Kirov il 9 marzo 19

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martedì 8 luglio 2008

La vera storia del Negroni


«Il 25 maggio 1868 nasceva a Fiesole il conte Camillo Negroni. Di famiglia nobile e benestante, divenne un vip della sua epoca: vivace, creativo, ribelle, gran schermidore, poliglotta, viaggiatore, era insomma un personaggio che si faceva notare». Così Luca Picchi, autore del libro Sulle tracce del conte. La vera storia del cocktail Negroni (Casa editrice Plan), descrive il nobile italo-inglese ideatore del famoso aperitivo.

La storia del cocktail parte dal Caffè Casoni, in una Firenze multietnica e crocevia di incontri. «Non proprio un caffè nel senso tradizionale – sottolinea l’attuale barman del Rivoire – si vendevano anche profumi e tabacchi». Allora bartender del locale era un giovane Fosco ScarselliMilano-Torino (vermouth rosso Carpano e bitter Campari, successivamente rinominato Americano in onore del pugile Primo Carnera). «Per il conte Negroni – racconta Picchi – il Milano-Torino era una spuma alcolica, non lo convinceva. Così sotto suo suggerimento, Scarselli fece un’aggiunta di gin, a cui il conte fece apporre mezza fetta di arancia per distinguere il suo aperitivo da quello degli altri avventori del locale».
Questo il primo Negroni realizzato: 1/3 di vermouth rosso (probabilmente Martini), 1/3 di bitter Campari, 1/3 di Gordon’s gin (in onore dell’amico Gordon Cummings), uno spruzzo di soda, mezza fetta di arancia e una scorza di limone.
che, un giorno imprecisato fra il 1919/20, eseguì una variante del

Servito in tumbler basso e largo, è necessario però sfatare alcune credenze in merito all'aperitivo. «Nel prepararlo - precisa Picchi – oltre ad utilizzare un bicchiere ghiacciato, scolato successivamente dall'acqua prodotta dallo scongelamento, sarebbe buona norma mettere molto ghiaccio».
Pochi cubetti, infatti, allungano l’aperitivo più di quanto non faccia un bicchiere pieno, che consente invece alla bevanda di mantenersi più fredda a lungo. «Il Negroni – continua – è una specialità, una ricetta vincente: semplice da realizzare, ma soprattutto è molto buono».

Nella preparazione oggi si tende forse ad abbondare con il gin, ma la sua composizione tripartitica è una formula semplicemente perfetta: «il Negroni - precisa - è nato così, ed è rimasto tale. Ovviamente può essere personalizzato e, a chi lo preferisce più secco, ad esempio, si può preparare utilizzando gin a più alta gradazione alcolica, mantenendo così inalterata la tradizionale quantità delle parti».
Ci sono infine varianti più istituzionalizzate come il Cardinale (2/4gin, 1/4 vermouth dry, 1/4 bitter), il Negroni sbagliato (spumante brut al posto del gin, inventato
a Milano al bar Basso), il Negroni Seal (con doppio Vermouth), il Negroski (vodka al posto del gin), il Redhuvber (una variante diffusa soprattutto nel torinese, servito con una spruzzata d'arancia) e altre di foggia tipicamente genovese: il Negroni del Babbo (gin, bitter Campari, vermouth Carpano, succo d'arancio e angostura) e il più morbido Negroni della mamma (senza angostura).

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venerdì 4 luglio 2008

Genova e il '68



Per chi a metà degli anni Novanta giocava nei giardini di via Digione, il contatto più diretto con il Sessantotto era quella che chiamavamo «cava». Si trattava, in realtà, dei ruderi sventrati dalla frana del 21 marzo 1968, il simbolo di quell'urbanizzazione selvaggia che aveva cambiato per sempre il volto di Genova.
Il '68 e la nostra città: un binomio che spesso mi ha incuriosito e che trova oggi compiuta realizzazione in 'Genova, il '68. Una città negli anni della contestazione', libro a cura di Donatella Alfonso e Luca Borzani, ricostruzione degli avvenimenti più significativi di quel periodo e che raccoglie le testimonianze di chi attivamente vi ha partecipato, fra tutti spicca il contributo di Dario Fo.
Un Sessantotto, quello genovese, che diversamente dall'immaginario collettivo, non si caratterizza esclusivamente per la protesta studentesca, ma anzi, per una molteplicità di esperienze che forse non ne ha consentito il ricordo nella memoria collettiva della città. «La contestazione – sottolinea Borzani – ha coinvolto molti settori, componenti diverse che non hanno saputo coordinarsi e che hanno avuto un effetto relativo sulla visibilità della città. L'immagine di Genova capitale delle Brigate Rosse, ha poi azzerato la complessità degli anni '60, compreso il Sessantotto».

Edito dalla Fratelli Frilli Editori, questo è il primo libro ad affrontare frontalmente il periodo della contestazione nel capoluogo ligure. «Volevamo capire le radici del rapporto tra Genova e la sinistra», sottolinea Donatella Alfonso. «L’idea era quella di un libro che andasse dagli anni ‘60 agli anni ‘80, ma sarebbe stato qualcosa di estremamente complesso. Abbiamo scelto il ’68, un momento di vera rottura. Nella nostra città – continua – quell’anno non si esaurì nella contestazione studentesca, anzi, a dire il vero quello fu un aspetto marginale. Fu l'anno di massima espansione demografica, il porto doveva fare i conti con gli effetti della containerizzazione, mentre le colline con l'invasione del cemento. L’Italsider scendeva in piazza per la prima volta, e il dissenso cattolico faceva sentire la sua voce con il movimento di san Camillo».

La città di quel periodo è quella del sindaco democristiano Pedullà, incerta sul proprio futuro e in piena deindustrializzazione. Sono gli anni dei primi successi di Fabrizio De Andrè, della nascita di Corto Maltese e della rappresentazione al Teatro Stabile delle Baccanti di Euripide nella traduzione di Edoardo Sanguineti. Ma è anche la città medaglia d'oro per la Resistenza, anticipatrice del nuovo protagonismo giovanile e che, alle elezioni del maggio '68, vede la conferma del Pci a primo partito cittadino. Una città storicamente ribelle, ma che vive un Sessantotto in tono minore: «a Genova – ricorda Alfonso – c’erano tre poteri conservatori: l’industria di Angelo Costa, la missione pastorale del cardinal Siri e il Partito Comunista».
Le prime occupazioni risalgono al dicembre 1967, ma la mobilitazione studentesca, eccezion fatta per gli scioperi all’ Asgen e alla Chicago Bridge, non riuscì a saldarsi con le istanze operaie. «L’esperienza dell’Asgen – continua Donatella Alfonso – è un fatto unico: per la prima volta gli studenti si occuparono della salute in fabbrica, per la prima volta gli operai si unirono agli studenti».

Ma a quarant’anni di distanza, di quel periodo di partecipazione cosa rimane oggi?
«Il ’68 – risponde Borzani – è stato una vittoria culturale, ma una sconfitta politica. Un periodo di rottura che ha accelerato il processo di modernizzazione già in atto nel nostro paese, ma la distanza che allora separava i giovani dai propri genitori, oggi è aumentata. Quella era una generazione che si identificava nella categoria stessa dell’essere giovani e dell’affermazione di sé, che tendeva a farsi coincidere direttamente con il futuro. Oggi – continua – i giovani sono invisibili nei loro linguaggi e comportamenti e forse la colpa è anche degli adulti: troppo a lungo continuano a considerarsi giovani. Mentre allora ci fu una riscoperta della politica che portò ad un nuovo tipo di impegno, oggi assistiamo ad una depressione del fare politico, una situazione che unita alla dimensione di consumo, alla povertà o all’eccellenza culturale, getta le nuove generazioni in una condizione di stand by, dove le prospettive per il futuro sono poche».

Le giovani generazioni vivono un presente non facile, quali le differenze tra ieri e oggi?
«Nel ’68 – risponde Donatella Alfonso – c’erano dei diritti da stabilire, la volontà di appropriarsi del mondo. Ai giovani del 2008 mancano forse obiettivi da raggiungere, delle barriere da abbattere e forse un po’ di coraggio. Insomma mancano i padri a cui ribellarsi, ma non può essere solo colpa dei genitori se i figli non hanno una figura a cui rivoltarsi».

Umberto Galimberti scrive che i giovani oggi sono nichilisti. Ma è proprio vero?
«Sicuramente – risponde Borzani – siamo di fronte ad una dispersione del senso collettivo, un nichilismo che prima di essere dei giovani è dell’intera società».

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lunedì 14 gennaio 2008

Sem Benelli

Inserisco l'analisi di un libro che ho recensito per mentelocale.it. Cliccate sul titolo del post per andare direttamente all'articolo sul sito.

In occasione del 130esimo anniversario della nascita di Sem Benelli, autore de La cena delle beffe, lo storico Sandro Antonini ha dedicato al poeta e drammaturgo il libro Sem Benelli. Vita di un poeta: dai trionfi internazionali alla persecuzione fascista.
Nato a Prato nel 1877, Sem Benelli trascorse gran parte della sua esistenza a Zoagli e vi morì nel 1949. Nella prima metà del '900 i suoi lavori conobbero notevole successo, ma successivamente il suo nome venne dimenticato.
Interventista e volontario durante la Prima Guerra Mondiale, perseguitato dal fascismo, Benelli fu protagonista attivo del suo tempo. Spesso è stato definito come l'alter ego di Gabriele D'Annunzio. In molti oggi conoscono la "Cena delle beffe", ma in pochi sanno qualcosa del suo autore.
Perché - domando ad Antonini - Benelli ha ottenuto un trattamento così diverso dalla storia? «Nonostante le sue opere avessero un'originalità propria - risponde - quelle di D'Annunzio erano qualitativamente superiori. La sua fama poi ha anche risentito del clima culturale instauratosi nel secondo dopoguerra. O forse, fu semplicemente sfortunato».
Benelli non aderì mai al fascismo, fu perseguitato e costantemente sorvegliato dall'Ovra, ma guardò con una certa simpatia a quella che a suo dire fu la funzione moralizzatrice della marcia su Roma. Forse - azzardo - ha scontato l'incapacità di condannare immediatamente eventi che si contraddistinsero da subito per la loro antidemocraticità.
«Non credo - risponde l'autore della dettagliata monografia - molti intellettuali che durante il ventennio avevano la tessera del partito, dopo l'8 settembre si costruirono una verginità antifascista e in seguito non patirono alcuna damnatio memoriae. Benelli invece no. Non scese mai a compromessi con il regime e fu uno dei pochi a condannare da subito le leggi razziali. Dopo l'assassinio di Matteotti fondò uno dei primi movimenti antifascisti, la Lega italica. Indubbiamente - continua - fu un irresoluto, in un regime che mal sopportava qualsiasi forma di dissenso, pensò di poter ritagliare un piccolo spazio di libertà alla propria arte. In un certo qual modo cercò di sfruttare il fascismo a proprio vantaggio».
Le opere di Benelli furono seriamente osteggiate. Guastatori e squadristi ne impedirono spesso le rappresentazioni a teatro e la censura fu una costante spada di Damocle su ogni sua nuova fatica. Nonostante questo, partecipò alla guerra d'Etiopia e fu persuaso che Mussolini fosse all'oscuro delle persecuzioni che gli impedivano di vivere della sua arte. Azzardo, miopia nel non saper leggere la situazione così come in realtà si presentava?
«È bene sottolineare - precisa - che la guerra in Abissinia, come già rilevato da Renzo De Felice, fu un evento che travalicò il fascismo. In molti la vissero come un'avventura esotica. Dal porto di Genova - continua - furono tantissime le persone che si imbarcarono per andare in Africa. Fu quasi un modo per lasciarsi l'Italia alle spalle, un fuoriuscitismo legalizzato».
«Sicuramente - conclude - Benelli fu di un'ingenuità massima. Mussolini sapeva tutto e non credeva nel suo allineamento al regime. Guardava a lui con una certa diffidenza e lo considerava un anticorporativista. Per questo fu costantemente sorvegliato dalla polizia politica. E dopo Caterina Sforza fu osteggiato anche dalla Chiesa. Insomma, era un uomo esasperato. Seguito e spiato in continuazione, cercava in ogni modo di ritagliarsi uno spazio d'aria».
Il libro di Antonini è un prezioso documento che riconosce i giusti meriti ad un artista da troppo tempo dimenticato. Ma è anche una minuziosa e attenta ricostruzione di una delle pagine più drammatiche della storia italiana. Sono molti i documenti inediti che vengono presentati dall'autore, testimonianze che permettono di illustrare a fondo non solo le vicende di Benelli, ma anche le ambigue relazioni che intercorsero tra fascismo e cultura italiana. La vicenda dell'autore toscano - domando - può essere considerata l'icona del rapporto tra regime e intellettuali?
«Benelli - risponde Antonini - rappresenta la figura dell'intellettuale che non si rassegna, uno dei pochi a non sottomettersi. Agì sempre in maniera da poter essere se stesso, in modo da poter preservare la propria libertà. E pagò un prezzo altissimo».

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venerdì 14 dicembre 2007

De Sade oggi


Recentemente ho letto "Justine-Ovvero le disavventure della virtù" del marchese De Sade. L'ho trovato estremamente attuale, forse perchè, malgrado lo scorrere del tempo, l'animo umano rimane sempre identico. Nelle pagine del tanto vituperato scrittore, si incontrano personaggi che troverebbero perfetta corrispondenza anche nella nostra società. Brigantesse omicide e violente, nobili voluttuosi e sanguinari, falsari schiavisti, chirurghi zelanti e incestuosi, assassini, frati pedofili, politici ricattatori e monsignori stupratori. I crimini e le perversioni dell'uomo non sono una novità, De Sade ne scriveva tra 700/800. Se oggi fosse vivo e potesse scrivere liberamente, i protagonisti dei suoi libri, alla pari di quelli realmente scritti, sarebbero nuovamente assassini, infanticidi, matricidi, stupratori, usurai, politici corrotti, industriali sfruttatori e preti pedofili. Nessuna novità, quindi, nonostante siano passati più di 200 anni. A corroborare quanto detto, se mai ancora ce ne fosse bisogno, il malcostume che caratterizza proprio in queste ore le pagine della cronaca politica. Ma è l'intera società civile a conoscere un graduale imbarbarimento. Non sono a scrivere per questioni di carattere morale, ma solo per chiedermi se questo possa essere il migliore dei mondi possibili? Io a dire il vero ho più di una perlessità. E Dio? Troppo presente nelle parole di chi si arroga di essere suo tramite, troppo assente nei fatti. Ogni giorno ascolto i suoi rappresentanti sulla terra esprimersi su questioni che vertono dalla cintola in giù; forse, in un mondo dove poco o nulla ha un senso, sarebbe meglio preoccuparsi di anime che, in tempi di globalizzazione e precariato, sono veramente smarrite. De Sade ebbe come unica colpa quella di voler scrivere dell'uomo e sull'uomo, e, come ricompensa, venne bollato come pazzo e rinchiuso in un manicomio fino alla morte. Oggi, forse, la sua lezione sarebbe utile per approcciare senza falsi moralismi alcuni problemi che la società moderna deve affrontare.

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