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sabato 25 ottobre 2008

Opinioni sul '68


I am he, as you are he, as you are me, and we are all together
(I am the Walrus, Beatles, 1967).

A distanza di quarant'anni, credo siano queste le parole che meglio riassumano il fermento sessantottino. Nato nel 1981, faccio parte anch'io di quelle generazioni che hanno conosciuto il '68 solo tramite film, libri, giornali e immagini d'archivio. Ho provato a riflettere su fatti storici, ho sentito canzoni, ho sfogliato libri e giornali e sono arrivato alla conclusione che lo spirito di quell'anno ben si racchiuda nella parola partecipazione. Un esserci che non si esauriva nella retorica degli slogan, ma che rivelava un forte desiderio di condivisione sociale, culturale e politica. Chi allora partecipò al movimento, oppresso dalla costante minaccia atomica e schiacciato tra due sistemi sociali che non lasciavano spazio a coralità giovanili, desiderava con-dividere.


E oggi, che i tempi di comunicazione si sono ridotti, i giovani che giudizio ne danno
?
«Se penso al ‘68 - sottolinea Laura - mi viene in mente il maggio francese, la lotta, i film di Goddard. Un momento di intensa attività culturale e politica. Un' esperienza sì italiana, ma soprattutto internazionale».
Cultura quindi, ma anche impegno sociale. «Più che il '68 in sé - osserva Simone - a me restano indelebili le lotte operaie dell'anno dopo. Gli studenti all'uscita delle fabbriche, i lavoratori che si incontrano con gli intellettuali, insomma un momento di presa di coscienza culturale».


Quali però le immagini, le parole e i suoni che restano di quel periodo
?
«Per me - risponde Erika - il '68 è sinonimo di libertà, uguaglianza e diritti. Principi che hanno interessato culture e paesi diversi tra loro. L'anno che segna la nascita del mito di Che Guevara, che vede il rifiuto della guerra in Vietnam, ma anche l'anno della primavera di Praga. Non solo ribellione e contestazioni studentesche, quelli - continua - erano gli anni di Joan Baez, Bob Dylan e Janis Joplin. John Lennon cantava Lucy in the Sky with Diamonds e Jimi Hendrix suonava la chitarra con i denti. Ma anche gli anni di Allen Ginsberg e dell'università di Berkeley. Se penso alla speranza che avevano i giovani allora - conclude - la realtà di oggi mi sembra ancora più triste».


Questa data ha significato anche cambiamento di costumi e idee. C'era una volta il west, La guerra di Piero, ma anche divorzio e minigonne.
«Se penso al Sessantotto - dice Anna - mi vengono in mente camicioni a fiori, capelli sciolti, dibattiti, chitarre sui prati e corse per scappare alle guardie. Ma anche libertà. Come diceva Gaber, libertà è partecipazione, possibilità di far sentire la propria voce: quella degli studenti, per essere coinvolti nei programmi di studio e nei metodi di insegnamento, quella delle donne, per poter scegliere se restare o meno con un marito-padrone e disporre autonomamente del proprio corpo, e quella dei popoli del Terzomondo, per il diritto a non sottomettersi ad un neocolonialismo fondato sullo scambio ineguale. Di tutto questo - conclude - in Italia credo sia rimasto ben poco. Forse una serie di diritti riconosciuti solo sulla carta, ma perennemente negati e sottovalutati».Quale quindi il significato, il messaggio e l'eredità di quell'anno? «Delle idee di allora - risponde Luca - nella società di oggi è rimasto poco. Sicuramente la produzione culturale continua ad avere validità, ma il messaggio del '68 ha senso solo se calato in quel momento storico. Riproporlo oggi sarebbe un'operazione azzardata».


«Secondo me - interviene Matteo - è necessario distinguere cosa il Sessantotto sia stato in America e cosa invece in Europa. Oltreoceano fu opposizione alla guerra in Vietnam e lotta contro la segregazione razziale, da noi, invece, è probabilmente andato più a fondo soprattutto nell'analisi degli schemi sociali esistenti. Dal punto di vista macroeconomico - continua - il Sessantotto è uscito sconfitto. La sua eredità più proficua è probabilmente nel costume, nel concepire un nuovo modello di famiglia, l'inizio dell'emancipazione femminile e la lotta per il divorzio. Questi gli aspetti che forse hanno inciso maggiormente nella realtà italiana».


L'analisi di un fenomeno complesso e globale come il '68, un movimento che ha interessato tutto il mondo occidentale, è un compito difficile da assolvere. Provo quindi a concentrare l'attenzione sul nostro paese.
«L'Italia - precisa Roberto - assieme alla Francia è il paese che ha visto la maggior partecipazione popolare. Le istanze dei manifestanti erano di grande importanza: partecipazione, coinvolgimento, ma soprattutto maggior usufrutto di quei benefici che la società italiana aveva goduto con il boom economico. Pacifismo, antirazzismo e rifiuto del potere come strumento di oppressione. D'altra parte - continua - ci furono anche aspetti negativi: l'incapacità di produrre risultati e programmi concreti e un'interpretazione scorretta di alcuni fenomeni che avvenivano lontano dal nostro paese».


In conclusione, riporto il giudizio che ne da oggi, con una certa amarezza, chi a quegli anni ha partecipato
.
«Dal punto di vista politico - sostiene Gianni - non è rimasto niente, anzi, molte delle figure che sono uscite dal movimento hanno preso strade opposte ai valori di quel periodo, una parentesi idealista sconfitta dalla storia».


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venerdì 5 settembre 2008

La mia intervista ad Andrea Rivera


Molti lo conoscono per gli interventi nei panni del citofonista di Parla con me, trasmissione condotta da Serena Dandini, ma a Roma Andrea Rivera è un volto noto delle notti trasteverine: davanti al Bar del Cinque si esibisce come chitarrista proponendo un nuovo modo di comunicare basato sulle tecniche degli artisti di strada. Questo filone, ripercorso sulla scia di Giorgio Gaber, gli è valso nel 2004 la menzione della giuria al Premio Gaber per talento e coraggio. Una forma che riproporrà anche in Uscite di Insicurezza Live: «non te lo dico che spettacolo sarà altrimenti tu poi non vieni - risponde - è una sorpresa. A parte gli scherzi, farò del teatro-canzone e proietterò delle interviste che ho realizzato durante le elezioni nel 2001 e nel 2006. Farò anche una canzone in risposta a Cristicchi: Ripijate la rosa».

Mentre parliamo Andrea è in viaggio per esibirsi alla Festa dell'Unità di Milano. Nonostante le ventisette denunce collezionate per disturbo della mente pubblica, non ha mai rinunciato al suo palcoscenico preferito: «la strada - ribadisce - è l'unica libertà per l'arte, dico sempre ai ragazzi di buttarcisi, è l'unica libertà che abbiamo. Alle volte - continua - qualcuno mi riprende con il telefonino e mette il filmato su You Tube, ma lo spettacolo deve rimanere per strada. Nelle strade ci sono le persone, un sacco di pubblico con cui confrontarsi e uscire dal cosiddetto pensiero unico: a volte qualcuno mi ha dato anche 10 Eu, forse per farmi smettere. Insomma - continua - la mia non è comicità alla Zelig, più alla Luttazzi: a me piace essere cattivo e prendere in giro la gente».

La satira è un argomento che spesso ha animato il dibattito pubblico italiano, suscitando discussioni sui suoi possibili e non possibili confini. «Il satiro deve essere libero, la satira non uccide nessuno. Però - dice Andrea - deve essere giustificata. Non mi è piaciuta Sabina Guzzanti a piazza Navona. Se vuoi fare una battuta sul presunto sodalizio Carfagna-Berlusconi, ad esempio, puoi dire qualcosa del genere: 'La Carfagna ha fatto una legge sulla prostituzione? Un'altra legge ad personam'».

Rivera improvvisa battute per telefono: «il mio è un carpe diem - ribadisce - quando ho da dire qualcosa lo dico, lo racconto».
Mercoledì 3 settembre l'artista romano è stato alla Talpa e l'Orologio, centro sociale imperiese a cui è stato recapitato un atto di intimazione allo sgombero. Anche al genovese Buridda potrebbe a breve capitare la stessa sorte, spesso il valore civile e culturale degli spazi autogestiti è sottovalutato. «Ad Imperia - scherza Andrea - è Scajola che vuole allargare il suo giardino di fichi. In generale - continua - non è che i centri sociali siano sottovalutati, non vengono proprio valutati. Basta guardare anche ai fatti di cronaca di questi giorni». Il riferimento è al ragazzo romano accoltellato venerdì 29 agosto in un agguato fascista, mentre ritornava dalla festa in ricordo di Renato Biagetti, a sua volta ucciso da un gruppo di estrema destra.

Ma Andrea sta per fermarsi all'autogrill per un caffè. Giusto il tempo per un'ultima domanda: se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere oggi l'Italia, quale useresti?
«Ti rispondo con un musical: The Rocky Horror Picture Show. Mi piacerebbe però diventasse Jesus Christ Superstar. Ma aspetta, questo lo abbiamo già: solo che è Ratzinger Superstar».

Guardate il video di Andrea Rivera alla trasmissione 'Il senso della vita'.

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lunedì 1 settembre 2008

Bartezzaghi e la creatività


Chi non ha mai fatto un cruciverba, un rebus, un anagramma o una pista cifrata? Proprio di enigmistica, giochi di parole e lingua creativa, ho parlato con Stefano Bartezzaghi, ospitato di recente dal Festival della Mente di Sarzana .
Figlio di Piero, curatore a partire dagli anni ‘50 del raffinato cruciverba a schema libero pubblicato a pagina 41 della Settimana Enigmistica, Stefano collabora con il quotidiano La Repubblica, per cui cura le rubriche Lessico e Nuvole, Lapsus e I soliti sospetti.

Creatività delle parole, quali sono gli aspetti e le possibilità che più l’affascinano di quest’ambito?
«La creatività applicata al linguaggio è un equivoco, con le parole si può fare molto senza per questo far nascere qualcosa dal nulla. Le parole non si creano, cambia solo il modo di usarle e quando si separano le cose dal loro significato, si entra in un mondo inedito che però già esiste, una dimensione a cui si accede tramite operazioni che a volte possono risultare anche buffe».

Il linguaggio è un sistema convenzionale di simboli. I giochi di parole e l’equivoco possono essere considerati un punto di vista alternativo a questo codice?
«A dire il vero la parola ha molti aspetti non convenzionali. L’operazione è separare il linguaggio dalla sua funzione apparente e scoprire tutte le altre, valenze che spesso restano nascoste soprattutto a causa della vita che si conduce. La vita della folla solitaria spesso impoverisce il linguaggio e ne fa vedere solo l’aspetto funzionale. In questo senso, sì, l’equivoco è un punto di vista alternativo».

Mi vengono in mente i calligrammi di Apollinaire e alcune opportunità esplorate dai futuristi: le parole hanno potenzialità incredibili. Che rapporto tra i giochi di parole e la cultura?
«Le parole sono l’elemento fondamentale della cultura e nel corso del ‘900 si è sfruttato al massimo il loro potenziale. Oltre ad Apollinaire e i futuristi, penso anche al cubismo. Le parole sono anche una grande quantità di forme grafiche e la cultura del secolo scorso ha abbracciato quel mondo di giochi linguistici che erano ai margini».

Il suo ultimo libro, l’Orizzonte Verticale, è stato progettato più di dieci anni fa ed è una storia a due dimensioni del cruciverba. Come è nata l’idea?
«Casualmente durante una conversazione con Lorenzo Fazio alla casa editrice Einaudi. Io a dire il vero pensavo ad un singolo capitolo di un libro, dopo le ricerche, però, è nato un progetto più grande. La storia del cruciverba si incrocia con i tempi della modernità: nasce a New York negli anni '10, durante la costruzione della metropolitana e dei grattacieli, compare per le prime volte nelle pagine dei quotidiani ed è il mezzo tramite cui il ceto medio misura la propria alfabetizzazione. E poi, dietro al cruciverba c’è un mistero: nato come una moda, tanto da soppiantare in America il diffuso mahjong, non è stato mai superato da null'altro. Si è diffuso in tutto il mondo combinandosi con le singole tradizioni nazionali: società e cultura ne hanno plasmato la forma».

Dato che molti fruitori se lo chiedono: come nasce un cruciverba?
«Dipende dalle varianti. Comunque tutto parte dall’incrocio, che è un’operazione che non può essere predeterminata. Magari si parte da qualche definizione, ma il grosso di queste si butta giù dopo che lo schema è completo. E tutto alla vecchia maniera: solo carta e penna, senza l'aiuto di alcun computer. Altrimenti l’enigmista perderebbe la parte più bella e maledetta della preparazione».

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martedì 5 agosto 2008

E ancora MCR


Bella Ciao (Italian Combat Folk for the Masses) è l’ultimo album dei Modena City Ramblers, ma soprattutto è il primo lavoro pensato per un mercato alternativo a quello italiano. Gran parte delle canzoni appartengono al repertorio storico del gruppo, dal primo disco Riportando tutto a casa (1994) fino al recente Dopo il lungo inverno (2006), brani re-incisi in due sessions diverse presso lo studio bunker di Rubiera. Piccola curiosità: in fase di registrazione il titolo pensato era proprio Tunes from the Bunker.

«Il progetto - rivela Massimo Ghiacci, bassista e storico membro della band modenese - risale a due anni fa, all'epoca delle registrazioni di Dopo il lungo inverno. Assieme a Terry Woods si pensava ad un disco-presentazione per l'estero, così - continua - non abbiamo perso tempo e, tra settembre 2006 e febbraio 2007, abbiamo dato vita al disco, cercando di privilegiare soprattutto l'aspetto live delle incisioni».
Come accennato, alla realizzazione di Bella Ciao ha collaborato anche Terry Woods, membro dei Pogues e storico alfiere della scena folk-rock britannica degli anni ’70. Grazie al suo aiuto sono state scelte le tracce che, come ribadito dal bassista dei MCR, «sono una presentazione dei Ramblers per il pubblico straniero». Woods ha individuato i punti di forza della band modenese, condensandoli in una scaletta che potesse far ballare anche oltre i confini italiani. Si possono così ascoltare canzoni come La Banda del sogno interrotto, Viva la Vida, Clan Banlieue, Mia dolce rivoluzionaria, El Presidente e i Cento Passi. Alcune canzoni, come Ebano (divenuta Ebony) e Musica del Tempo (Music of the Time), sono state trasposte in inglese. Altre, come Bella Ciao, sono state invece ribattezzate in Partisan’s Bella Ciao. Spazio, infine, anche a due inediti: Bella Ciao, nella storica versione delle mondine, e Roisin the Bow: «abbiamo cercato di insistere sull'originalità del suono dei Ramblers - rivela Massimo - inserendo quei brani che meglio contraddistinguono il nostro combat folk, quelli che potrebbero meglio identificare il nostro sound anche ad un pubblico estero. Senza dimenticare - continua - la militanza e quegli aspetti che caratterizzano il nostro mondo».

Quali sono - chiedo - le canzoni che maggiormente vi danno soddisfazione durante un concerto?
«Suonare è sempre una gioia - dice Massimo - anche se ci sono momenti che fanno veramente la libidine del musicista. Quando proponiamo, una dietro l'altra, Viva la Vida, Una perfecta excusa e El presidente, ebbene, è uno di quegli istanti. Senza dimenticare - continua - Bella Ciao e Roisin the Bow, che ci lega al ricordo di Luca». Proprio a Luca Giacometti, genovese e storico membro del gruppo, scomparso di recente, è dedicato l'ultimo lavoro: «torniamo sempre molto volentieri sotto la Lanterna, fin dai tempi in cui ci esibivamo all'Albatross. Tornare in città senza di lui - continua Massimo - ha sicuramente una forte componente affettiva».
Nella pentola dei Ramblers c'è un gran bollire e sono molti i progetti in programma: «nell'autunno 2009 - rivela Ghiacci - porteremo in giro per tutta la penisola Carrozze di terza classe, uno spettacolo teatrale che sarà anticipato da un nuovo album». Ma da fan degli MRC non posso esimermi da una domanda che mi sta particolarmente a cuore: che effetto fa ascoltare Quarant'anni e riconoscerla attuale a quasi 15 anni di distanza? «È triste - risponde Massimo - quella canzone era stata scritta all'indomani degli attentati di Falcone e Borsellino. Riascoltarla adesso mi fa pensare che la storia si ripete».

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sabato 19 luglio 2008

Il 'Quarto Tempo' di Cacciapaglia

Quando per la prima volta ho ascoltato la musica di Roberto Cacciapaglia ho provato una sensazione difficilmente descrivibile. Accompagnata ad un vigoroso senso di potenza, era una dolce tristezza, una piacevole malinconia. Nel medesimo istante mi sono sentito fragile e forte, ho provato un intenso desiderio di unione, di congiunzione quasi carnale con il mondo circostante. Uno smarrimento che conduceva nella giusta direzione.

Prodotto con la collaborazione della Royal Philarmonic Orchestra, Quarto Tempo è l'ultimo album del compositore milanese. Quando ho alzato la cornetta per l’intervista ero emozionato. A rompere il ghiaccio è stata la curiosità, l’interesse per il significato del titolo dell’ultimo lavoro di Cacciapaglia.
«Il quarto tempo – spiega – è uno stato in cui passato, presente e futuro si annullano. Un modo per mettersi in contatto con la musica, per esprimere se stessi attraverso la melodia. Più è alta la coscienza del suono, più è possibile trasmettere a chi ascolta le emozioni provate».

La musica diventa quindi mezzo, veicolo per azzerare distanze, possibilità per oltrepassare barriere, in sostanza un punto di incontro. Le note esprimono le emozioni di chi le compone, mentre la musica che ne scaturisce ha il compito di farle giungere all’ascoltatore. Un’empatia dove alla musica spetta il ruolo di specchio: riflette l'io e lo fa conoscere al molteplice. Ma che valore ha il silenzio nel processo compositivo?
«Quando sono al pianoforte e compongo – risponde – prima di toccare la tastiera rimango fermo. Parto dal silenzio, la piattaforma da cui parte il suono. Entro in una dimensione in cui il livello di presenza permette di esprimere le emozioni più profondamente, da qui nasce il desiderio di sconfinare: la costante centrale del mio lavoro».

Oceano, Altlantico, Nuvole di luce, Seconda navigazione. Questi alcuni dei titoli di Quarto Tempo. Parole che evocano atmosfere ad ampio respiro, grandi aperture, incontri con il tutto circostante.
«Oceano – precisa – è sì un andare oltre gli ostacoli, un uscire dai limiti e dallo spazio. Ma non è soltanto uno sconfinamento esteriore, anzi, ha invece una forte valenza interiore: un viaggio nelle profondità dell’inconscio. La musica, spesso, è lo strumento più adatto per sondarne i meandri». Il mare, quindi, come metafora di libertà e ricerca interiore. Quale il rapporto di Cacciapaglia con Genova e la Liguria? «Ho suonato al Carlo Felice e Genova è una città bellissima. Ma c’è un luogo che più di altri mi ha colpito: la Baia del Silenzio a Sestri Levante.

Provo a rivelare, infine, le emozioni da me provate al momento dell’ascolto di Quarto tempo. Come accennato, il sentimento predominante è stata la malinconia, in un’accezione del termine, però, piuttosto dolce e positiva. Quanto è presente questo sentimento nel momento della creazione? «Più che malinconia, parlerei di nostalgia - risponde - ricerca dell’eternità. Un tentativo di recupero di quella perfezione profondamente insita nella natura umana. La musica ha anche questo compito - continua - far riflettere e ricercare. Sono convinto - conclude - che il pubblico si faccia giustizia da solo. Se la musica perde potere, è comprensibile che le persone non comprino dischi. Quando suonavano Beatles, Doors o Pink Floyd, non era così. Oggi le persone vogliono qualcosa di più dalla musica».

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giovedì 3 luglio 2008

Giorello e i confini delle donne

'Confini' è il titolo di una serie di incontri, conversazioni e presentazioni con prestigiose personalità del mondo della cultura, nell’ambito del Genova Urban Lab Summer Festival 2008. Il cartellone propone circa 50 eventi, tra spettacoli teatrali, di cabaret, mostre e appuntamenti d’arte. Giulio Giorello, autore di numerosi volumi a cavallo tra filosofia e storia della scienza tra cui 'La scienza tra le nuvole', 'La filosofia della scienza nel XX secolo' e 'Di nessuna chiesa', assieme a Nicla Vassallo ha aperto la rassegna con l'incontro 'I confini delle donne'. Ecco l'intervista.

Il titolo della rassegna porta a riflettere sul concetto stesso di confine.
Secondo lei, professore, i confini sono da considerare segni di identità oppure ostacolo alla tolleranza reciproca?
«I confini hanno una loro ragion d'essere, sono i punti che distinguono una regione dall'altra. Funzionano come la pelle di un individuo, separando la regione interna da quella esterna. Detto questo, non devono però essere considerati in termini assoluti, diventerebbero altrimenti un ostacolo allo scambio di idee e alla cultura. Sarebbe più opportuno guardarli in maniera relativistica».

Una caratteristica ambigua, quindi, quella del confine?
«È la sua natura. Prendiamo ad esempio il limite tra Italia e Francia: è italiano o francese? Il confine è uno strumento, e per non farlo diventare mezzo di oppressione lo si deve considerare come tale. È il mezzo che deve servire noi, non viceversa».

Assieme a Nicla vassallo, ne avete parlato in una declinazione particolare. Oggi le donne sono ancora 'confinate' come in passato?
«Sì, purtroppo oggi sono confinate dentro frontiere poco nobili, basti guardare la scarsa presenza femminile negli organismi decisionali. In Italia, poi, questo aspetto è ancor più accentuato rispetto ad altri paesi europei. Ed è innegabile che parte di questo stacco sia da ricercare anche nelle forme di discriminazione perpetrate dalla Chiesa cattolica. In Inghilterra - continua - già nell'800, filosofi come John Stuart Mill e Harriet Taylor volevano realizzare l'eguaglianza ed emancipazione femminile, rompere quei vincoli che limitavano la libertà delle donne. Ecco, oggi il nostro paese paga questo ritardo e se aggiungiamo la complessità della situazione italiana, il razzismo, il timore dello straniero, del diverso, ebbene, ecco spiegata la costellazione di sopruso che deve soffrire l’altra metà del cielo».

Come si possono superare questi limiti?
«Con l'abbattimento e la cancellazione di confini immotivati, degli abusi. Con un rinnovamento della società intera e tenendo ben presente una semplice ed elementare norma: non opprimere gli altri e nemmeno farsi opprimere, perché la rassegnazione è l’altra faccia dell’oppressione».

E la famiglia, come istituzione, non limita la libertà femminile?
«Io la metterei in questi termini: nel 1643/44 John Milton scrisse 'Dottrina e disciplina del divorzio'. Tra le motivazioni previste per lo scioglimento, oltre l'adulterio e l'impotenza a generare dei figli, inseriva l'oppressione di uno dei coniugi sull’altro, una situazione a cui si poteva reagire solo con la ribellione. Una posizione molto libertaria. Questo per dire che in uno stato laico il matrimonio è un contratto, e non vedo perché ci debbano essere contratti più naturali di altri».

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